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Disegni dei bambini Afghani ospiti dei nostri orfanotrofi

 

Il Blog di Massimiliano: L'urlo della vita  

 

Articoli pubblicati su "il giornale", "la cronaca"

Quel virus sintetico che ci avvicina alla creazione dell'uomo.

La natura alla ricerca di un equilibrio

La clonazione

La stupidità

Di fronte al cancro non c'è alternativa

Manipolazione dei geni. Il dubbio di Ippocrate tra scienza e coscienza

Storie di untori ed ammorbati

 

Articoli pubblicati su "Il giornale", "Vita no profit"

Diario a Baghdad

Diario di viaggio di un medico. Gli orfanotrofi, orrore di Kabul

I piccoli iracheni salvati dai lettori del "Giornale"

I sabotatori tagliano luce e acqua e poi danno la colpa agli americani

All'ospedale di Kabul si opera come 4000 anni fa

La delegazione italiana salva i bambini di Baghdad

L'esercito italiano è una sicurezza per Kabul

La cooperazione fra militari e civili è fondamentale per le forze di pace

E' come comprare un'automobile tutto è pronto dopo una settimana

 

Articoli pubblicati "la Cronaca", "i Meridiani"

Su una finestra ad osservare la vita dall'alto

“Abbiamo paura di perdere la nostra identità”

“Come piove sulle campane di San Nicolò”

“Quasi trecento anni di silenziosa presenza”

Un colpo d’occhio sui panorami del secolo scorso

Piccolo amico nei guai per te c’è sempre una casa

Piazza Unità, una storia lunga quasi un millennio

I single fanno le valigie, destinazione: avventura

 

Articoli pubblicati su "Il Giornale", "La Cronaca"

 

Quel virus sintetico che ci avvicina alla creazione dell'uomo.

 

L'uomo sta raggiungendo le capacità del suo Creatore. Oggi è in grado di costruire una vita diventando a sua volta il Dio di nuovi esseri ed in seguito il passaggio a forme di vita più complesse potrebbe essere solo formalità. Le notizie apparse recentemente sulla "costruzione" di virus in laboratorio spingono i nostri pensieri verso fantasie fantascientifiche che sconfinano con il soprannaturale. Già nel 2002 il mondo scientifico mondiale era stato messo in allarme da una notizia comparsa sulle prime pagine dei giornali americani che segnalava come un gruppo di ricercatori aveva assemblato in modo artificiale il virus della poliomielite. Un nuova forma di vita costruita ad immagine e somiglianza di quella già esistente; processo questo che è stato anche alla base della “creazione” di PhiX, un virus sintetico identico a quello naturale, uscito recentemente dai laboratori dell'università del Maryland.

Ma cosa si intende per essere vivente e cos’è un virus? La vita come noi la conosciamo esiste in funzione della replicazione dell’essere, cioè solo chi è in grado di generare una progenie può essere considerato un essere vivente. Ed è proprio l’essere vivi che permette all’organismo di potersi adattare alle mutazioni dell’ambiente. Il regno vegetale ed animale evolve perché figlia, quindi perché vive. Un vantaggio indiscutibile che ha però nella morte dei singoli organismi il rovescio della medaglia. Gli elementi del regno minerale invece sono statici, non si duplicano, non figliano, quindi non vivono e di conseguenza non muoiono. Una legge inderogabile alla quale però un piccolo essere non vivente riesce a sfuggire: il virus.  Questo ha la staticità del regno minerale, non muore e quindi non vive fino a quando non incontra un organismo superiore. Come i cristalli i virus rimangono inalterati nel tempo fino a quando il loro involucro entra in contatto con una  cellula animale o vegetale.  Quando questo avviene l’involucro spinge all’interno della cellula ospite  un piccolo codice genetico. Il virus quindi muore perché si priva dell’unica molecola che possiede, ma con questa operazione costringerà la cellula "infettata" a costruire nuovi virus che in seguito la uccideranno per uscire.

L’importanza dei metodi che da circa un anno vengono messi appunto per la sintesi artificiale di virus è dovuta al fatto che nulla di naturale viene utilizzato per il loro assemblaggio. Fino ad ora per creare un virus in laboratorio si introduceva in cellule animali o batteriche una sequenza di geni virali e si aspettava che la cellula costruisse nuovi virus. Oggi invece non abbiamo più bisogno di una mamma-cellula per fare questo, siamo in grado in laboratorio di costruire le scatole di contenimento e di introdurre all’interno i codici genetici che vogliamo senza utilizzare la sintesi proteica della cellula.

Questo ci permette virtualmente di ottenere qualsiasi tipo di virus, ma se l’involucro che costruiamo non ha la forma esatta per attaccarsi alla superficie della cellula che vogliamo "colpire"  la nostra costruzione sarà molto più simile ad un minuscolo sassolino che ad una piccola forma di vita. Infatti se il virus sintetizzato non sarà in grado di attaccarsi ad una parete cellulare non potrà duplicarsi e quindi non potrà vivere.

Le potenzialità di queste tecniche in campo medico sono molteplici, all’interno di virus artificiali, opportunamente costruiti per attaccarsi, e quindi infettare cellule bersaglio, possono essere inseriti i codici genetici mancanti o terapeutici necessari alla cura di varie malattie. La difficoltà attuale è quella però di costruire degli involucri capienti e capaci di poter interagire con le pareti cellulari umane ma diversi da quelli naturali già esistenti. Prospettive affascinanti che stanno suscitando l'interesse del governo statunitense e l’inquietudine di scienziati che vedono i finanziamenti a queste ricerche un trampolino di lancio verso nuove strategie terapeutiche ma anche verso nuove strategie militari.

Quello che l’uomo sta costruendo nei laboratori è quindi molto più simile ad una costruzione di “meccano” che ad una nuova forma di vita.  L’uomo non è un Dio e prima di tutto deve imparare il rispetto, poi assumere l’umiltà e la conoscenza dei processi naturali tenendo ben presente le conseguenze di quello che può accadere continuando a giocare a fare il Dio.

 

La natura alla ricerca di un equilibrio

 

 

Sempre più frequentemente nuovi virus compaiono nello scenario sanitario mondiale, non è passato neanche un anno dalla nascita del coronavirus responsabile della SARS che un altro microorganismo in grado di infettare l'uomo ha mietuto le sue vittime umane. Dal 1961 si è a conoscenza che il virus H5N1 infetta i volatili provocando una malattia simile all'influenza umana. Fino a poco tempo fa non erano stati segnalati casi di attacchi di questo virus al genere umano ma nel maggio del 1997 in un ospedale di Hong Kong si registrò il decesso di un bambino di tre anni infettato proprio dall'H5N1. E proprio il virus H5N1 è simile al virus che negli ultimi giorni ha provocato la morte di dieci bambini ed un adulto all'Ospedale nazionale di Hanoi. Nel 2003 lo stesso virus ha raggiunto anche l'Europa, colpendo allevamenti di uccelli in Belgio, Italia e in Olanda dove un veterinario è morto proprio per aver contratto il virus. Come nel caso del coronavirus della sindrome respiratoria acuta anche per l'H5N1 i grandi allevamenti di volatili rappresentano delle immense riserve dove i virus possono replicarsi ad alta velocità e raggiungere la virulenza e la modificazione genetica necessaria a permetterli di infettare una nuova specie.

Il sistema di propagazione virale chiamato “salto di specie” è infatti comune in molte "nuove" malattie virali come l'AIDS, la Spagnola e l'Asiatica, la SARS e la nuova influenza provocata dall'H5N1. Infatti molte delle 500 specie virali conosciute, e chissà quante di quelle ancora sconosciute che infettano l'uomo, sono nate da mutazioni di virus specifici per altre specie animali (pecore, polli, maiali), che replicazione dopo replicazione acquisiscono la capacità di trasmettersi anche all'uomo grazie a modifiche del loro patrimonio genetico. Questo fenomeno sembra maggiormente frequente nei luoghi dove animali domestici e uomo coesistono in stretto contatto, come avviene nei paesi del sud-est asiatico.

Il percorso evolutivo di questi virus è semplice e terrificante: grazie alla loro capacità mutante e portati da animali selvatici infettano gli uccelli di un cortile o di un allevamento, quindi continuando a mutare il loro patrimonio genetico passano ai maiali che vivono spesso a stretto contatto con il pollame. Quindi grazie all'ennesima mutazione riescono a penetrare nelle cellule dell'uomo favoriti dalla promiscuità che nei paesi orientali è usuale avere con i suini. Il tutto si complica con il rischio di epidemie favorite certamente dallo scarso igiene e dalle condizioni fisiche spesso debilitate delle popolazioni del sud est asiatico ma soprattutto per l'assenza di protezioni immunitarie specifiche contro la nuova specie virale. 

Per fortuna quando avviene il salto di specie, come è successo con il virus della Sars e come sta succedendo per l'H5N1, benché all'inizio sia molto aggressivo verso il nuovo ospite, il virus successivamente si placa, la malattia appare progressivamente meno grave e la sua diffusione tende a diminuire. Questo avviene probabilmente per una strategia globale di sopravvivenza, infatti al virus non conviene uccidere tutti gli organismi che possono ospitarlo perché morirebbe anche lui con loro. Quindi continua a mutare il proprio patrimonio genetico anche dopo aver raggiunto l'uomo in modo da ridurre la sua aggressività che gli è servita prima per raggiungere la specie più longeva ma che adesso può esserli dannosa. Questa forma di "diplomazia" che i virus posseggono evita che si formino gravi pandemie che potrebbero sterminare milioni di persone ma anche miliardi di virus. 

Grazie ai progressi nel campo medico degli ultimi 50 anni l'uomo ha il compito di evitare che possano comparire eccezioni a questa regola come è successo nel 1918 e nel 1957 con la Spagnola prima e l'Asiatica poi che hanno sterminato milioni di vite umane. I salti di specie e le mutazioni frequenti rendono però complicata la messa a punto di farmaci antivirali e la prevenzione è l'unica arma efficace che oggi possediamo. Per questo motivo l'OMS costantemente controlla la salute degli allevamenti animali in tutto il mondo ed al primo segnale di un nuovo focolaio di infezione ne ricerca la causa ed elimina gli animali infetti. Solo in Italia negli ultimi 3-4 anni sono stati abbattuti per questo motivo tra i 10 e i 12 milioni di polli e tacchini colpiti da influenza aviaria, nel resto del mondo e soprattutto nei paesi orientali sono centinaia di milioni gli animali soppressi sui quali si sospetta la presenza di un virus in procinto di ottenere una mutazione genetica a lui favorevole.

Ma tutto questo potrebbe non bastare, concentrare tutta l'attenzione sulle caratteristiche di aggressività di quel o quell'altro virus potrebbe distogliere l'attenzione al vero nocciolo del problema. L'epidemia di SARS, l'AIDS,  L'H5N1 non sono casi assestanti ma probabilmente sono l'espressione di un fenomeno nei quali i virus sono solo le ultime pedine di un gioco che comincia molto prima e del quale non abbiamo ancora capito le regole.  Forse la nascita di specie virali diverse è sempre avvenuto e noi non eravamo in grado di accorgercene, oppure il "salto di specie" potrebbe essere un metodo della Natura per frenare la crescita esponenziale della popolazione umana. Forse, ma molto più probabilmente tutto questo è il tentativo che la Natura sta attuando per salvaguardare la vita sulla terra. L'uomo con le sue scoperte e la sua tecnologia sta prevaricando sulle leggi che per miliardi di anni hanno gestito l'evoluzione della vita . La vita come noi la conosciamo è possibile infatti grazie all'equilibrio tra specie diverse che gli scienziati chiamano biodiversità. L'uomo oggi sta alterando questo equilibrio eliminando per profitto, per scopi bellici o per esigenze sanitarie organismi viventi che si sono conquistati con i millenni il loro diritto alla vita. E' quindi assolutamente "naturale" che le nicchie svuotate dall'agire dell'uomo vengano soppiantate con nuove forme di vita. Non dobbiamo meravigliarci per questo, non dobbiamo terrorizzarci per questo, è infatti grazie a tutto questo che la vita non cessa di esistere.

 

 

La clonazione

 

 

Klon, che in greco significa germoglio, in biologia indica la possibilità di "duplicare" il patrimonio genetico di qualsiasi essere vivente. Da questo significato deriva il termine clonazione che viene utilizzato per definire la tecnica che permette duplicare in maniera identica un organismo vivente. I primi esperimenti di clonazione sono stati eseguiti con successo già negli anni settanta, soprattutto con anfibi, topi e bovini, ma sempre partendo da cellule embrionali (cellule originate dalle prime divisioni dell'ovulo fecondato). Queste cellule mantengono ancora la totipotenza, cioè sono in grado di svilupparsi in modo indipendente l'una dall'altra in embrioni distinti ma geneticamente identici. Per ogni cellula prelevata  dall'embrione è, infatti, possibile ottenere altrettanti individui "gemelli" con lo stesso corredo genetico. Le cellule embrionali però contengono geni maschili e femminili mescolati fra loro e non è possibile prevedere quali saranno le caratteristiche del soggetto adulto. Questo perché nel DNA di ogni essere vivente sono inserite innumerevoli informazioni la maggior parte delle quali non verranno mai lette nell'arco della vita dell'individuo. E' come se a due persone venissero dati due nastri magnetici identici nei quali sia stata registrata una stessa conferenza di due ore ma venisse detto loro di ascoltarne a caso solo dieci minuti. E' intuibile che difficilmente le due persone ascolteranno lo stesso pezzo del nastro e che le informazioni ottenute saranno diverse e che diversi saranno quindi i significati percepiti. Poiché lo scopo della clonazione è quello di produrre individui selezionati con determinate caratteristiche l'incertezza sull'effettivo risultato ha sempre creato dubbi e scetticismi. La particolarità di Dolly e il motivo per cui ha scatenato fantasie ed innumerevoli polemiche è che si tratta di un clone "puro", cioè di una “fotocopia” dell’originale ottenuta da cellule adulte, già specializzate e non totipotenti. In questo caso le parti leggibili del DNA erano già state definite durante lo sviluppo embrionale e fetale e quindi il clone avrebbe dovuto avere le stesse caratteristiche identiche del "genitore". Gli studiosi si sono serviti di due pecore, dalla prima hanno prelevato un ovulo e ne hanno sostituito il nucleo con quello preso da una cellula della mammella del secondo animale. Il risultato è stato la nascita della pecora Dolly. Ma non tutto è andato come si sperava, Dolly era già vecchia al momento della nascita, perché il suo orologio biologico, anziché partire da zero, ha cominciato a camminare da dove aveva smesso la cellula originaria. Ai suoi anni, si sono aggiunti, infatti, quelli della pecora donatrice del nucleo e sebbene sia ancora in perfetta salute, potrebbe morire prima di quanto previsto dalla sua età anagrafica. Gli scienziati se ne sono accorti esaminando una particolare sequenza di Dna chiamata telomero, un tratto di materiale genetico collocato alla fine dei cromosomi formato da sequenze uguali che vengono perse ciascuna ad ogni divisione cellulare. Quando non ci sono più telomeri la cellula non si duplica più e l'organismo muore. I telomeri si formano grazie ad un enzima chiamato telomerasi durante il periodo embrionale finito il quale la telomerasi sparisce e la produzione di telomeri si blocca. I telomeri di Dolly sono più corti del normale del 20 per cento, quindi la sua vita sarà più corta del 20 %. Inoltre analizzando i dati di centinaia di animali clonati si è visto che questi sono affetti da obesità, gigantismo e soffrono di problemi respiratori e cardiaci ed il loro sistema immunitario non funziona correttamente. Ma non solo, il primo animale domestico ad essere clonato nato nel dicembre 2001 in Usa non e' uguale, nell'aspetto e nel carattere, all'originale. Cc, il clone, e' un un gatto bianco con striature grigie molto curioso e giocherellone, mentre Rainbow, il padre genetico, è bianco con chiazze marroni e beige, schivo e malinconico. Sembra quindi che le condizioni ambientali siano importanti alla stessa maniera delle caratteristiche genetiche nel determinare l'aspetto e la personalità dell'individuo. Come avviene nei cloni embrionali avere lo stesso Dna del donatore non assicura  al clone ottenuto da cellule adulte nessuna caratteristica specifica. E' possibile quindi che anche prelevando un DNA con le parti da leggere già definite questo non sia garanzia che vengano effettivamente lette. In qualche modo la cellula è in grado di riassestarsi autonomamente secondo le diverse tipologie ambientali in cui si trova dall'ambiente uterino a quello della vita adulta.

La maggior parte della popolazione di questo pianeta auspica che i tre neonati nati all'interno dalla setta dei Raeliani, grazie all'utilizzo delle tecnologie della Clonaid non siano cloni, ma anche se lo fossero non sarebbero organismi fotocopia ma nuovi individui senza genitori biologici e potenzialmente affetti da malattie sociali, mentali, e fisiche. L'ambiente e le condizioni di vita che ognuno di noi incontra dalla fecondazione fino alla contribuisce a modificarne le caratteristiche. L’organismo vivente per ora è irripetibile. In futuro sarà forse possibile che la clonazione venga perfezionata ma anche se alcuni individui perderanno la loro unicità genetica non sarà mai possibile che possano perdere la loro unicità di individui

 

La stupidità

 

“Stupido è colui che fa un'azione che reca danni a un'altra persona, senza ricavarne alcun guadagno e spesso realizzando una perdita per se stesso”, scrisse Carlo M. Cipolla, grande economista e autore di diversi saggi sull’argomento. Non è detto che questa frase racchiuda la complessa essenza della stupidità ma è certo che lo studio di questo aspetto della mente umana è sempre stato difficoltoso anche, ma non solo, per la mancanza di una chiarezza su cosa essa sia.
Spesso il genio è considerato stupido dalla maggioranza degli uomini che a causa della loro stupidità non si rendono conto della genialità degli individui che incontrano.  Ci sono infatti uomini etichettati come stupidi ma straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto.
Oggi però la comunità scientifica è convinta che questo difetto non coinvolga assolutamente l’aspetto umano legato a bassi livelli di istruzione o all'assenza di stimoli nell'infanzia, ma che si tratti essenzialmente di un deficit intellettivo da rapportare al profilo genetico di ognuno di noi.
Le idee appena sorte propongono la possibilità di “curare” quello che fino a poco tempo fa veniva considerato un aspetto sociale e che ora è diventato disfunzione genica e quindi malattia. “Si può e si deve sconfiggerla rimuovendo il gene responsabile”, ad auspicare l'uso dell' ingegneria genetica per eliminare la stupidità dal pianeta terra è niente meno che James Watson, fondatore del Progetto per il genoma umano e l'uomo che 50 anni fa scopriì il Dna. ''Nei casi di vera stupidità, io parlerei di malattia'', ha sottolineato Watson. ''Non mi sembra giusto che una parte della popolazione nasca senza le stesse opportunità'', ha aggiunto. ''Una volta che esiste il modo di migliorare i nostri bambini non ci si può più fermare”. E come ciclicamente avviene nella storia dell’umanità ecco che nasce una nuova motivazione per selezionare la razza umana perfetta. “Ci saranno genitori che potenzieranno i loro figli, e quei bambini domineranno il mondo''. Watson da tempo difende a spada tratta l’eugenetica, tecnica utilizzata per modificare il Dna dell'embrione che permette di sradicare gravi difetti o il rischio di contrarre particolari malattie in vita. E perché fermarsi all'intelligenza, sottolinea Watson, ''c'e' chi dice che sarebbe terribile se rendessimo tutte le ragazze belle. Io penso che sarebbe meraviglioso”.
Se studiamo la frequenza della stupidità fra le persone che fanno le pulizie nelle aule scolastiche notiamo come questa sia effettivamente elevata. I risultati dei test intellettivi eseguiti su questi operatori hanno mostrato una percentuale estremamente ridotta degli individui intelligenti. Forse questo è dovuto al loro basso livello di educazione o al fatto che le persone più capaci ottengono più facilmente un lavoro qualificato. Ma quando è stata analizzata la percentuale di stupidità fra gli studenti e i professori che frequentano le stesse aule pulite dagli “idioti” la percentuale di diffusione è risultata identica.
Ma allora chi è in grado di definire cosa sia la stupidità?  Forse gli stupidi sono solo quelli che non riescono ad entrare nel sistema per l’incapacità di adattamento, perché inserirsi significa ogni giorno confrontarsi con gli altri, accettare compromessi e immoralità. L’incapacità ad accettare le regole del gioco significa inadeguatezza, debolezza ma siamo sicuri che queste caratteristiche esprimano un deficit intellettivo?
L’umanità ha sempre tentato di filtrare il flusso degli uomini selezionando solo gli individui adatti ai canoni del tempo. E forse l’eugenetica all'inizio del terzo millennio risolverebbe il problema alla radice. Per selezionare la razza perfetta non sarà più necessario uccidere i “diversi” come molti popoli hanno tentato di fare in passato, ma sarà possibile ottenere lo stesso risultato emarginandoli o ancor meglio impedire che nascano: immorale? Forse, ed allora la soluzione è farli nascere come vogliamo noi: tutti belli, tutti intelligenti, tutti perfetti…..tutti uguali.

 

Di fronte al cancro non c'è alternativa

 

«Impotente di fronte alla pazzia, alla criminalità, alla guerra ed alla morte, incapace di impedire la possibile distruzione che l’uso delle sue grandi scoperte sulla materia ha il potere di compiere; capace delle grandi e inutili conquiste spaziali, la scienza si ritrova inerme di fronte a molte malattie, la mistero, per esempio, di alcuni grammi di cellule impazzite, i tumori, che uccidono un quarto dell’umanità». Con queste parole Alberto R. Mondini presidente dell’ARPC (Associazione per la ricerca e la prevenzione del cancro), ha iniziato il suo intervento al congresso medico internazionale di Losanna il 21 ottobre 1995. Oggi tale discorso viene considerato il manifesto ufficiale dell’ARPC e la sua lettura permette a chi non conosce l’associazione di comprendere le tematiche filosofiche e scientifiche e le idee programmatiche del gruppo. «io sono convinto-ha continuato Mondini nel suo intervento- che la ricerca ufficiale non riuscirà mai a trovare una terapia per il cancro, perché esso è l’ultimo atto che la medicina con l’essenza stessa del suo metodo favorisce. La soluzione del cancro non potrà che arrivare dalle medicine non ufficiali quali l’omeopatia, la pranoterapia, le tecniche naturiste, le scoperte di Vincente e Morrel, ecc. La soluzione è lì come indicano tanti ricercatori da varie parti del mondo con i loro successi clinici e le loro ricerche senza vivisezione».

L’Associazione per la ricerca e la prevenzione del cancro nasce ufficialmente il 2 febbraio 1992. Uno dei suoi scopi è stimolare medici e scienziati a utilizzare la bioelettronica di Vincent in modo da poter prevenire malattia oggi incurabili. Ed è su questa linea di intenti ce si colloca il premio di laurea di lire 4.000.000 offerto dall’ARPC in favore di una tesi collegata agli studi di Vincent riguardanti l’acidità, l’ossidoriduzione e la resistenza elettrica di sangue, saliva e urine in soggetti umani affetti dal cancro. Un motivo questo che stimola un’analisi dettagliata sulle opinioni riguardo a questi studi di alcuni docenti della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Trieste. E soprattutto di chi  molto attivo nel campo della ricerca biomedica. «La biolettronica di Vincent applicata ai liquidi dal punto di vista fisico potrebbe essere valida, ma che da questi studi si possano trarre dei vantaggi nel campo medico -spiega il dott. Gabriele Pozzato, aiuto ospedaliero e docente di ematologia, uno dei ricercatori dell’Ateneo triestino più quotati in campo internazionale-. Anche perché le ricerche eseguite da Vincent sono aggiornate al 1950, periodo nel quale sono stati introdotti nuovi farmaci come gli antibiotici che ovviamente hanno cambiato lo scenario medico e sociale in maniera determinante». Anche il prof. Aldo Dobrina- docente di Patologia Molecolare, impegnato da anni nella ricerca presso l’Istituto di patologia Generale- è dello stesso parere.«Sono studi che non portano a nessun risultato, fino ad ora non è stato pubblicato nulla sulle maggiori riviste internazionali perché si tratta di teorie non dimostrabili scientificamente, altrimenti sarebbero state già accettate senza pregiudizi». Infatti -continua il dott. Pozzato- nessuno nega che ci possano essere delle modificazioni nei liquidi biologici riguardo al pH o ad altri parametri bioelettrici o impedenziometrici ma queste sono la conseguenza della malattia e non la causa. Durante il corso di malattie tumorali vengono immessi nel circolo sanguigno diverse molecole che possono chiaramente modificare i livelli degli scambi ionici dell’organismo». Ma le conclusioni di Vincent non riguardano soltanto le modificazioni del pH, rH, e resistenza ottenibili nei soggetti malati, egli ha ipotizzato anche la possibilità di ottenere un’immunità al cancro assumendo regolarmente vegetali crudi di origine biologica, frutta, prodotti fermentati (Yogurt, Kefir, crauti), acqua pura o poco mineralizzata. «Benché ritenga corretto evitare l’assunzione di  alimenti con additivi chimici o sostanze conservanti, reputo altamente improbabile che questi possano essere la causa principale dei tumori-ribatte il dott. Pozzato-. Oltretutto più si approfondiscono gli studi nel campo dell’oncologia più ci si rende conto come i virus abbiano un’importanza fondamentale nella genesi tumorale. O meglio, per essere più corretti, bisognerebbe dire che la nascita di una neoplasia è correlata all’interazione di fattori esogeni (virus in primo luogo, ma anche radiazioni e sostanze cancerogene) con una struttura genica favorevole espressa di base nell’organismo».

Ma uno dei motivi di diffidenza che possono nascere da un ascolto, forse superficiale, del manifesto dell’ARPC è quello di non intravedere una linea di ricerca definita. «Mischiare in un unico brodo, omeopatia, pranoterapia, naturismo e antivivisezionismo dimostrano un’impostazione dilettantesca di tali ricerche-conferma il prof. Dobrina. Ogni studio deve avere un obiettivo preciso e non disperdersi in una miriade di variabili più o meno valide che sviano dall’obiettivo principale: la guarigione della malattia».

 

 

Manipolazione dei geni. Il dubbio di Ippocrate tra scienza e coscienza.

Oggi è possibile far produrre ad alcuni batteri sostanze che normalmente vengono secrete da organi umani per poterle utilizzare nelle cura di diverse malattie, (insulina ed interferone, ad esempio). Grazie alle nuove conoscenze sui meccanismi molecolari che regolano l’espressione genica gli scienziati sono in grado di riconoscere, anche nel periodo prenatale, tramite la “lettura” del Dna, la presenza di caratteri ereditari sia normali che patologici. Con nuovi sistemi è possibile mantenere in vita un essere umano in modo virtualmente indefinito. I medici sono capaci di sopprimere le attività immunologiche per il prelievo ed il trapianto di organi. Si possono impiantare nel cervello elettrodi in grado di provocare movimenti, reprimere impulsi aggressivi, alleviare dolori, provocare sensazioni, e così via dicendo.  

Quello che un tempo era fantasia oggi è realtà. Gli strumenti in mano all’uomo sono capaci di produrre trasformazioni inaudite e la vita stessa sta per essere fortemente condizionata dall’ingegneria genetica e dalla biologia molecolare. Ma nel momento stesso in cui orizzonti sempre più affascinanti si aprono alle menti dei biotecnologi, sempre più gravi problemi si pongono al giudizio dell’opinione pubblica. Già da una decina di anni vengono eseguiti numerosi esperimenti sulla fusione di embrioni appartenenti a specie viventi diverse per creare animali inesistenti.

Il professor Willadsen, un famoso embriologista, dopo aver fabbricato pecore-capre ed ottenuto agnelli con la tecnica della clonazione, qualche anno fa aveva affermato nel corso di una discussione scientifica: “Datemi un uovo di topo ed un uovo umano e io se voglio posso fabbricare una nuova specie animale”. Sono di questi ultimi anni i clamorosi casi di terapia genica somatica dove per “aggiustare” un pezzo di Dna vengono inseriti nelle cellule umane, tramite virus modificati usati come vettori, i geni necessari alla “correzione” della malattia.  Ma come è possibile intervenire su geni di cellule dell’individuo già nato così è potenzialmente possibile anche la manipolazione genica embrionale e germinale.  “Non sappiamo ancora in che modo il nuovo gene, entrando nella cellula sconvolga il Dna: il processo è in gran parte indeterministico, casuale”, dice Arturo Falaschi dell’Istituto di Biochimica e Genetica dell’Università di Pavia. “A livello delle cellule germinali, poi il discorso è ancora più delicato. Negli interventi sugli animali possiamo scartare i prodotti sbagliati. Ma nell’uomo rischiamo di produrre più sofferenze di quelle che possiamo eliminare”. Gli scienziati spaziano però su numerosi settori: grazie al prelievo di spermatozoi dall’uomo ed ovuli dalla donna si può far nascere in una provetta un embrione per poi inserirlo in seguito nell’utero materno. Ma forse non tutti sanno o non vogliono sapere che per ogni figlio ottenuto con la fecondazione in vitro molti suoi “fratelli” sono soppressi, per meglio dire uccisi, al quattordicesimo giorno di vita. Con questa tecnica sono infatti svariati gli embrioni residui od eccedenti utilizzati come materiali “biologico”.  Su questa circostanza già da molti anni diversi studiosi italiani di bioetica, e tra questi il professor Sgreccia, direttore del centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, conducono una battaglia per rendere di pubblico dominio gli effetti delle sperimentazioni genetiche.  Non parliamo poi della pratica abortistica legalizzata ormai in numerosi stati che ha reso sempre più facili ed ampiamente praticabili le sperimentazioni e l’utilizzazione per fini diversi di feti ossia di organi e tessuti fetali in seguito alla loro espulsione con l’aborto. Inoltre è di grande attualità, in questi ultimi anni, l’argomento “eutanasia”. Sono sempre più in aumento i casi di morte “dolce” donata dal medico per pietà. Così come viene registrato un allargamento delle forme di morte assistita: da quelle più classiche dei malati inguaribili e straziati dal dolore a quelle più “moderne” di eutanasia di bambini nati deformi o di eutanasia prenatale e di anziani inabili e di peso alla società. Non manca neppure il tentativo d collegare l’eutanasia al problema demografico. In questo senso il dottor R.H.Williams ha scritto sulla rivista Nortwest Medicine: “Un programma di prevenzione della sovrappopolazione deve includere l’eutanasia, sia attiva che passiva”. La selezione sociale è un pericolo e si profila il dramma ulteriore “dell’eutanasia passiva allo scopo di evitare cure intensive ai pazienti di età superiore ai 65 anni che non sono più produttivi” ha scritto E.Wilks, autorevole fautore dell’eutanasia sociale.

Di fronte alle manipolazioni genetiche ed al problema della soppressione della vita non dovrebbe il medico (e non solo il medico)  andare in crisi in considerazione del giuramento e degli impegni solenni che è tenuto ad onorare?  “Farò servire il regime dietetico a vantaggio dei malati secondo le mie capacità ed il mio giudizio e non per il loro pericolo e il loro male, e non farò una pozione omicida né prenderò simili iniziative anche se qualcuno me lo chieda, così non darò a nessuna donna un pessario abortivo”, si recita nel giuramento d’Ippocrate. E’ ancora nella dichiarazione dei Ginevra del 1948 approvata dall’Associazione Mondiale dei Medici è stato scritto: “Mi impegno solennemente a consacrare la mia vita a servizio dell’umanità; praticherò la mia professione con scienza e dignità; la salute del mio paziente sarà la mia preoccupazione; manterrò il massimo rispetto per la vita umana fin dal primo momento del concepimento”. Ma la cultura “moderna” ha rimesso in discussione i valori morali, i diritti dell’individuo, persino negando valore all’uomo stesso. Talvolta si contesta la legittimità stessa dell’etica e quando un atteggiamento utilitaristico viene assunto dalla maggioranza delle persone questo rischia di imporsi quale nuova norma morale. “Occorre recuperare la coscienza del primato dei valori morali che sono i valori della persona umana in quanto tale, il senso ultimo della vita e dei suoi beni fondamentali”, scrive Alfredo Anzani cercando di concentrare l’attenzione sul vero significato della vita. Ma ad unire i concetti di vita (bios) e morale (ethos) ci pensò già nel 1962 Van Resselar Potter, oncologo americano, che coniò il termine di Bioetica inteso come necessario approfondimento di fronte al degrado ambientale, all’aggressività della medicina sperimentale e al non rispetto e violazione dei diritti dell’uomo, di una nuova morale fondata su riflessioni sull’avvenire della specie umana e sulla responsabilità dell’uomo nei confronti della vita planetaria. Definita come “studio sistematico del comportamento umano nell’area delle scienze della vita e della cura della salute, in quanto questo comportamento è esaminato alla luce dei valori e dei principi morali” (Encyclopedia of Bioethics), la bioetica quindi costituisce di fatto un nuovo significativo movimento di pensiero e di azione.  Un movimento sostenuto da filosofi, teologi, psicologi, giuristi che si sono posti il problema di discutere le nuove frontiere della scienza non già rinunciando al progresso scientifico ed ai nuovi metodi di ricerca ma rifiutando la passiva accettazione di sperimentazioni quali la manipolazione genetica, l’eutanasia, la fertilizzazione in vitro.

Proprio venerdì 21 ottobre, a Trieste, tenuta dal professor Adriano Bompiani, già ministro degli affari sociali, titolare della cattedra di Clinica Ostetrico Ginecologica del Politecnico Gemelli di Roma, nella sala Baroncini delle Assicurazioni Generali, si è svolta una conferenza sul tema”Bioetica oggi in Italia”. Dal preambolo storico del professor Bompiani sulla nascita della bioetica si comprende come fino agli anni del concilio Vaticano II la morale medica fosse bene o male unitaria e sempre ispirata all’etica ippocratica. Non erano riscontrabili in merito, specificità riferibili alle varie religioni o culture.

“In seguito invece incominciò a differenziarsi un filone di matrice protestante che si appoggiò non tanto sulla legge morale individuale (quella fondata sui dieci comandamenti) quanto sui diritti fondamentali dell’uomo”, ha spiegato il professor Bompiani. “Di qui l’obbligo di far conoscere la verità, con la conseguenza di comunicare al malato la diagnosi, il diritto alla paternità e a alla maternità responsabile e quindi anche alla contraccezione, il diritto alla fertilità anche indiretta da cui l’inseminazione artificiale, il diritto di impedire la fecondazione e quindi la possibilità della sterilizzazione ed infine il diritto ad una morte degna cioè l’accettazione dell’eutanasia”. I cattolici dal canto loro possono rivendicare le prime posizioni di papa Pio XI sull’inseminazione artificiale negli anni Trenta, e lo sviluppo dell’etica medica con papa Pio XII, pontefice che più si è interessato ai problemi legati all’anestesia, alla donazione di cornee ed alle tecniche che alleviano i dolori del parto. Non meno importanti per completare il quadro nel quale la bioetica si è inserita sono i “diritti fondamentali” dell’uomo. Argomento sviluppatosi dopo il processo di Norimberga, con la condanna dei crimini nazisti che hanno utilizzato l’individuo umano quale cavia da esperimento. Ma più di qualcuno suppone che la bioetica, intesa come oggi la conosciamo, non sarebbe realmente nata se negli anni ’40 e ’50 non fossero state somministrate sostanze dannose e cellule cancerose a soggetti umani del tutto ignari!

Secondo il professor Bompiani la bioetica è il risultato scaturito dalla fusione della filosofia morale (poter “agire” seguendo anche i propri ideali), del diritto e dell’etica medica. “Nella scienza giuridica esiste il contrasto tra i diritti dell’uomo ed il diritto codificato dallo stato che non tutela l’embrione, considerato come proprietà dei genitori”, ha tenuto a precisare Adriano Bompiani. “L’etica medica dal canto suo si è dovuta adeguare al progresso scientifico staccandosi pian piano dall’etica ippocratica definita paternalistica per la scarsa informazione del paziente da parte del medico”. Sono stati determinati allora quattro sostanziali principi secondo i quali doveva essere esercitata la medicina. Il primo definito di “beneficialità”, dettato anche da Ippocrate, prevede che il medico operi per il bene del malato. Il secondo è quello dell’autonomia del paziente, ovvero una valorizzazione della sua volontà: ciò comporta degli aspetti positivi ma anche dei rischi e dà sostegno alle pretese di eutanasia. Il terzo principio della “non maleficienza”, vecchissima regola ippocratica di non procurare danni ai malati, rappresenta in termini di bioetica moderna la tutela anche dal punti di vista legale nei confronti degli errori medici perpetuati. Infine il principio della giustizia consente ad ogni individuo di ricevere le cure sanitarie senza discriminazioni di razza, si sesso, di status sociale.

Va però sottolineato che i biologi in Italia, a differenza della classe medica, non hanno ancora un codice etico per cui possono agire anche su materiale umano con estrema indifferenza: “Alcuni di essi infatti non ammettono differenze tra il lavorare sulla specie umana o su quella animale”, ha raccontato il professor Bompiani. Un problema di estrema importanza se si considera il fatto che alcuni paesi hanno accettato la ricerca su embrioni umani, appositamente fecondati, fino al quattordicesimo giorno di vita. Nessuno è in grado di dire fino a dove la scienza si spingerà o fino a dove l’umanità le permetterà di spingersi. Ma al di là dell’orizzonte ultimo che il progresso saprà conseguire la vera sfida è far sì che le scoperte scientifiche non si rivolgano contro l’uomo. Difendere la vita specialmente nei momenti in cui l’uomo è più debole costituisce il vero imperativo etico dei nostri giorni .

 

Storie di untori ed ammorbati

Il contagio, dalla peste che colpì gli achei durante l’assedio di Troia all’incubo della febbre spagnola che devastò l’Europa nel 1918

La risata, lo sbadiglio, l’entusiasmo, il panico, le emozioni si “diffondono” in modo che per certi aspetti ricorda l’evoluzione delle epidemie. Le opinioni, gli ideali, le religioni, ma anche le usanze, i comportamenti hanno un carattere “contagioso” e paragonati a virus e batteri si possono trasmettere da una persona all’altra condizionando la nostra vita e la nostra esistenza.

Ma non solo, con l’evoluzione del progresso e l’invasione elettronica delle nostre case un nuovo tipo di “contagio” si è fatto strada nella moderna civiltà. Così, mentre virus informatici possono disintegrare in frazioni di secondo lavori durati mesi o bloccare inesorabilmente computer costosissimi, nuovi scenari della telecomunicazione (radio e video telefonia, reti informatiche, ecc.) possono diffondere il contagio in ogni abitazione. Ma tutto questo una volta non veniva chiamata informazione? Da quando lo scambio di opinioni, la possibilità di comunicare, di trasmettere i propri sentimenti, le proprie tradizioni viene considerato un contagio? Dal momento in cui come contagio non si intende più solo qualcosa di nocivo, di dannoso, ma, recuperando l’originale significato, un semplice contatto.

Infatti è proprio nei meccanismi di diffusione dell’informazione che Giuseppe O. Longo, scrittore e semiologo del Dipartimento di Elettronica e Informatica dell’Università di Trieste, vede un paragone con la propagazione delle epidemia: «ad esempio quando il direttore di un’azienda prende una decisione, la notizia non si apprende attraverso le circolari e nemmeno per le normali vie gerarchiche, bensì attraverso le chiacchiere di corridoio e le confidenza private. Si tratta di un meccanismo di diffusione incoerente “a macchia d’olio” in cui si possono ravvisare le forme epidemiche del contagio».

Ed il contagio in tutti i suoi aspetti, da quello scientifico a quello storico, da quello sociale a quello estetico è il tema degli “Incontri di scienza e fantascienza” che si stanno svolgendo presso il teatro Miela dal 19 al 27 di questo mese. Una manifestazione multimediale e interattiva ideata per esplorare il territorio di frontiera esistente tra il mondo della scienza e quello immaginario della fantascienza. Organizzata nell’ambito della Settimana europea della cultura scientifica, l’iniziativa è stata promossa dal Laboratorio dell’immaginario scientifico in collaborazione con il centro cinematografico La Cappella Underground, il corso di giornalismo scientifico della Sissa e l’ospedale infantile burlo Garofolo.

Il programma della manifestazione prevede conferenze, tavole rotonde, letture teatrali, proiezioni di film di fantascienza vecchi e nuovi provenienti da tutta Europa, documentari scientifici italiani e stranieri, videoinstallazioni, videogiochi e computergrafica.

Nell’ambito di questa manifestazione, considerando il contagio inteso come termine classico che esprime la diffusione di epidemie batteriche o virali, lunedì pomeriggio la professoressa Giulia Calvi del dipartimento di Storia dell’Università di Siena e Isabelle Rieusset Lemariè dell’Institut Univeritaire de Formation de Maitre, intramezzato dalle musiche medioevali suonate dal gruppo Dramsam e moderate dal professor Franco Panizon, hanno tenuto una tavola rotonda su Le grandi malattie epidemiche nella storia della medicina e nella storia della società.

«I microbi, in greco “piccole vite” sono all’origine della vita sulla terra; sono loro che hanno reso la terra abitabile, che ci hanno fornito l’ossigeno per respirare e le proteine per nutrirci», ha scritto il professor Panizon. «Ma oltre che nostri padri sono anche nostri fratelli; condividono con noi le risorse e le meraviglie del nostro pianeta e con noi le consumano e le producono in continuazione. Tuttora costituiscono la popolazione più potente del nostro mondo, abili ad adattarsi a tutte le circostanze, a moltiplicarsi ed eventualmente ad attaccarci. Sono piccoli e rimasti per lungo tempo misteriosi protagonisti della storia delle malattie dell’uomo». Fin dai tempi più remoti l’umanità è rimasta in balia di questi organismi, come un guerriero dagli occhi coperti di pece ha tentato ricombattere con mezzi empirici e rudimentali un nemico invisibile chiamato genericamente peste. Forse era solo un’influenza l’epidemia cantata da Omero che ha colpito gli achei durante l’assedio di Troia: «Dieci giorni volar pel campo acheo le divine quadrella…». Era tifo petecchiale la “peste” del ‘500, portata dagli eserciti lanzichenecchi con i pidocchi. Mentre era vera peste (dovuta alla Pasteurella pestis trasmessa dalla pulce) quella definita “nera” del ‘300 come quella del ‘600 raccontata da Alessandro Manzoni che ha ridotto di un terzo gli abitanti d’Europa ed abbassato a 20 anni l’attesa di vita. Era colera l’epidemia che colpì il Regno delle due Sicilie nel 1836. Ed influenze erano la “peste” di Londra del scorso secolo e l’epidemia della Spagnola che nel 1918 ha ucciso altrettante persone di quante ne ha uccise la grande guerra.

Le difficoltà nel definirsi delle epidemie è sempre stata quella di non riuscire a capire come esse potessero propagarsi e da cosa potessero essere scatenate. Gli elementi a noi giunti di quei drammatici avvenimenti: la fuga, il panico, la segregazione dei malati e dei luoghi infetti, la cessazione dei commerci, i falò improvvisati in mezzo alle strade per bruciare i vestiti e delle suppellettili, il proteggere naso e bocca con stoffe imbevute di sostanze medicamentose evidenziano il tentativo di difendersi da quelli che la medicina classica e poi quella rinascimentale chiamavano i miasmi del contagio.

Allora si supponeva che il contagi fosse dovuto ad un vapore esalato dalla putrefazione dei corpi e responsabile della generale corruzione dell’aria. Soltanto Girolamo fra’Castoro nel 1546 spezzò con la sua ipotesi del “contagio vivo” questo paradigma galenico. In qualità di medico dei frati conciliari, fra’Castoro fu spettatore del diffondersi a Trento di un’epidemia di tifo che egli attribuì alla puntura delle pulci.

«La trasmissione del tifo cui aveva assistito fa di lui il massimo esperto del meccanismo di diffusione dei contagi e nel 1546 dà alle stampe un volume dal titolo de Contagione et Contagiosis Morbis», ha detto alla conferenza la professoressa Giulia Calvi.

In questo volume fra’Castoro ipotizza la presenza di un veleno (virus) nelle cose toccate dagli appestati e scrive: «veramente fa stupire la tenacia e la durata delle molecole di tali virus nei corpi solidi a cui si appigliano. Ad esempio le vesti portate già da un tisico comunicarono il male anche dopo due anni e lo stesso si dica delle camere, dei letti e dei pavimenti dove un tisico sia morto. In tali corpi pertanto convien credere che restino dei semi contagiosi».

Nonostante fra’Castoro fosse riuscito ad individuare le cause dell’epidemia in quei “semi contagiosi” che oggi noi sappiamo essere virus, batteri, funghi, parassiti, la vecchia dottrina galenica continuò inesorabilmente a tenere piede. Solo il sistema immunitario individuale, qualche elementare sistema preventivo e semplici farmaci tramandati dalla cultura ippocratica erano in grado di tentare contro le “pestilenze” una debole resistenza. Soltanto nel XVIII secolo con Pasteur l’ipotesi del contagio diretto o vivo comincerà ad essere presa in considerazione, ma nel frattempo, come riassume efficacemente Giovanni Verga, diretto testimone dell’epidemia di colera del 1867, l’incubo dell’infezione, della sofferenza, della morte, che aleggiava su tutta la popolazione, distrusse ogni tipo di speranza.

«C’è l’idea del veleno nelle ostie consacrate, nel tabacco, nell’unto spalmato sui muri, nella polvere sparsa per le strade, nei razzi sparati di notte. C’è la mobilitazione armata dei contadini contro gli spargitori notturni di veleno, la fuga dei ricchi dal paese, la rabbia dei poveri rimasti, la carta del sottintendente che ordinava di lasciar spargere il colera e infine l’assalto di una misera baracca di commedianti ambulanti ed il linciaggio di alcuni zingari avvelenatori».

 

Articoli pubblicati su "Il Giornale", "Vita no profit"

 

Diario a Baghdad

Il vociare di una lingua per noi difficilmente comprensibile alimentava la confusione che imperava nei nostri pensieri quando alla discesa dell’Airubus 220 della Royal Jordan ci siamo trovati al controllo doganale dell’aeroporto di Amman in Giordania. Ad aspettarci con una macchina noleggiata per l’occasione c’era Hmoud Alqassem un architetto del luogo che aveva vissuto molti anni in Italia e che avevamo contattato grazie alle indicazioni di alcuni nostri amici. Il nostro obiettivo era quello di aiutare i bambini dell’ospedale pediatrico Al Mansud di Baghdad grazie ai finanziamenti del “Il Giornale” e dell’”Unità” in collaborazione con il Burlo Garofolo e con la SPES di Trieste. 25.000 dollari, posti in un marsupio ascellare di Marino Andolina, sarebbero serviti per pagare gli stipendi ai dipendenti ospedalieri, mentre i restanti 25.000, da utilizzare per comprare farmaci ed attrezzature, erano nascosti in un doppio fondo dei miei indumenti.

La prima tappa del nostro viaggio programmata da Hmoud è il campo palestinese di Bakaà vicino ad Jerash dove, non essendoci l’obbligo di pagare il dazio doganale, acquistiamo strumenti, antibiotici, chemioterapici, fattori antiemofilici ad un prezzo inferiore.

Il giorno seguente, nella Suburban Chrysler noleggiata e riempita fino all’inverosimile, osservo per ore un paesaggio “marziano” costellato da sabbia, sassi e da un vento caldo che penetra nelle orecchie, secca le labbra e ferisce gli occhi. Finalmente dopo 14 ore di deserto entriamo a Baghdad, più precisamente arriviamo nel rione di Adhamya, dove si trova il nostro alloggio affittato in una missione precedente. Troviamo le strade e le abitazioni senza corrente elettrica ma soprattutto, come nel resto della città, senza acqua. Attimi di disorientamento seguiti da tentativi di organizzare la situazione e la sera arriva presto. Dopo il coprifuoco i nostri discorsi sono coperti da numerosi scambi di arma da fuoco che echeggiano nell’aria calda della notte.

La mattina seguente Kcelid Altei, ingegnere elettronico, non arriva, con lui abbiamo appuntamento per recarci all’ospedale Al Mansud. Marino Andolina passeggia nervosamente sulla sabbia davanti all’appartamento. Sappiamo che i dipendenti dell’ospedale ci attendono per ricevere gli stipendi e non possiamo rimandare. Un vecchio Taxi senza vetri passa fortunatamente nella strada di fronte a noi, Andolina quasi facendosi travolgere lo ferma per arrivare all’appuntamento prima possibile. Io nel frattempo contatto il vicinato per procurarmi un gruppo elettrogeno e rimettere in sesto la porta di casa che non si chiude. Passa quasi un’ora finché, timidamente, arriva Kcelid con una vecchia e sgangherata Fiat 124. Carichiamo quindi i farmaci e ci rechiamo velocemente ai reparti di degenza dell’ Al Mansud.

In ospedale la situazione è tragica, la corrente elettrica è mantenuta con un generatore, ma i pazienti sono senza acqua e le condizioni igieniche e sanitarie peggiorano di giorno in giorno. Abdul Majeed Hammadi, direttore del reparto ematologico, mi spiega che tutti i servizi sono sospesi (sale operatorie, ambulatori ecc.), solo quelli di emergenza rimangono funzionanti nel limite del possibile. Accompagnato da alcuni medici giro spaesato fra i reparti dell’ospedale, urla e pianti confondono i miei pensieri, dovunque ci sono bambini in lacrime, denutriti, alcuni sotto una coperta appena deceduti, madri sedute per terra che allattano i loro piccoli, padri infuriati nel vedere i loro bambini in preda a sofferenze indescrivibili. Cerco nei limiti del possibile di farmi tradurre le cartelle cliniche dei pazienti più critici nella speranza di poter salvare qualcuno di loro portandolo in Italia. Saja Naim, una stupenda bambina dagli occhi neri, ha una leucemia acuta, sta morendo, ed avrebbe bisogno di un trapianto di midollo. Oppure Ali Iaseim di 4 anni, sta perdendo l’uso del braccio sinistro per un tumore benigno che provoca gravi emorragie, ma potrebbe essere salvato se si potesse intervenire chirurgicamente. I medici continuano a parlarmi, spiegano le loro esigenze ma in questo momento tutti i miei pensieri sono focalizzati nel salvare queste ed altre piccole vite. Mi presento allora alla delegazione italiana in Iraq presieduta da Gian Ludovico de Martino. Sono bastate poche parole e la paura e la frustrazione che imperava in me si trasforma come d’incanto in orgoglio nazionale. Non solo ci viene promesso tutto l’aiuto per riuscire a portare in Italia 10 bambini ma la delegazione si sarebbe occupata anche di fornire i documenti necessari all’espatrio sia dei piccoli pazienti che dei genitori accompagnatori.

La missione pian piano volge al termine. Nei giorni seguenti visitiamo i bambini che arrivano costantemente dalle terre vicino a Baghdad e che attendono un posto letto in ospedale. Consegniamo ed installiamo nel reparto di ematologia i telefoni e le parabole satellitari che ci permetteranno di rimanere in contatto con i medici del posto. Carichiamo frequentemente di acqua minerale la nostra autovettura per distribuirla, sotto il controllo dei soldati americani, ai bambini assetati che, orfani dei genitori, vivono nelle strade di Baghdad. Riusciamo infine anche a parlare con Saieb Algailani direttore del servizio sanitario iracheno che appoggia completamente le nostre iniziative e ci spiega esattamente tutte le drammatiche necessità del suo paese, come l’assenza di trasporti, di scuole e di strumenti per la comunicazione.

Al ritorno, osservando il paesaggio statico del deserto, ripenso alle esperienze passate, mi chiedo quanto sia riuscito ad aiutare la popolazione irakena ma soprattutto quanto loro mi possano aver insegnato, e mi ritornano in mente le parole del Mahtma Gandhi:” la povertà si può vincere con un sistema costruttivo ed è di fondamentale importanza combattere l'ingiustizia anche a costo della propria vita”.

 

Diario di viaggio di un medico. Gli orfanotrofi, orrore di Kabul

All'arrivo a Kabul mi aspetta Chiara Giacco, volontaria del Gvc, una organizzazione non governativa italiana operativa in Afghanistan. Mi avverte subito di non toccarla nemmeno per salutarla, per evitare problemi con la polizia locale. Dobbiamo fare in fretta, perché l'ambulatorio gestito dal Cimic (l'organismo militare italiano per la cooperazione civile - militare) sta aspettando il Pentostam, farmaco per la cura della leshmaniosi che qui affligge migliaia di persone. Infatti, all'arrivo alla clinica Hope, una calca di bambini con il viso deturpato dalla malattia e madri coperte interamente dal burka ci stanno aspettando.
Assieme al tenente Ferraresi e al capitano Mazzarolo, responsabili del Cimic, cominciamo subito la distribuzione e, vista la quantità di pazienti, mi metto anch'io i guanti e prendo le siringhe d'insulina per iniettare la medicina in prossimità delle lesioni ulcerate. Passano le ore ma i bambini crescono di numero. Arrivano con camion, moto sgangherate, carretti e muli, accompagnati da qualche parente. Mentre continuo il mio lavoro parlo con Abdul, un dottore afghano che collabora nella clinica, che mi spiega che sono le mosche del deserto, simili a zanzare, a pungere il viso dei bambini inoculando il parassita della leishmaniosi.

I topi in corsia
La prima notte è passata in un baleno. Alle 6.30 di mattina, portiamo il materiale sanitario all'ospedale pubblico, che tutti chiamano Kartasè ma che ufficialmente porta il nome di Ali Abad Hospital. All'arrivo un personaggio dalle sembianze umili, con in tasca uno stetoscopio, ci aspetta: è il direttore. Ci accoglie in una stanza fatiscente di 30 metri quadri che funge da pronto soccorso: finalmente posso consegnare tutto il materiale sanitario che da giorni porto con me (aghi di sutura, siringhe, garze, guanti, cateteri, set per prelievi). Ma l'orrore mi colpisce quando il direttore mi propone d'accompagnarlo nei reparti: brande di legno e paglia, stracci sporchi di feci e urina, topi che squittendo scappano via mentre passo, un insopportabile odore. I pazienti abbandonati per terra o in letti semidistrutti, alcuni nei cortili, altri nelle tende, altri in strutture di fango e paglia. Non vedo materassi, mancano servizi igienici o di semplice pulizia ed è completamente assente l'assistenza infermieristica. Gli scarafaggi sono dappertutto e miriadi di mosche depositano le loro larve sulle ferite di pazienti incoscienti.
Il direttore, stanza dopo stanza, mi parla della difficoltà di disinfettare gli strumenti, dell'impossibilità di intraprendere una terapia antibiotica adeguata, di usare l'anestetico. Alcuni mostrano le ferite provocate dai morsi dei topi o dalle punture degli scorpioni, mi rendo conto di come a Kabul sia impossibile eseguire esami radiografici adeguati, analisi del sangue, delle urine e delle feci o dializzare i pazienti con insufficienza renale, costretti a morire o a trasferirsi in Pakistan.

In sala mensa
Mi aspettano i bambini dell'orfanotrofio Allahuddin, che con i soldi dei nostri donatori abbiamo restaurato, grazie al lavoro della Gvc e del Cimic che si sono occupati d'ingaggiare personale afghano. I nostri intenti, infatti, sono sia d'aiutare la popolazione che stimolare un'economia in loco. All'arrivo scorgo una testa che spicca autoritaria dalla folla di bambini: è il direttore, che m'aspetta per ringraziarmi dell'aiuto avuto dalla Spes. Le cucine sono finalmente funzionanti, i bimbi possono usufruire di una sala mensa con tavoli e sedie, le aule e le camere sono restaurate a nuovo, con banchi e suppellettili degni di una scuola occidentale. Orgoglioso cammino per l'edificio seguito dalla squadra di calcio dell'orfanotrofio, alla quale gli infermieri del mio ospedale hanno donato le divise. La sera, al lume di candela (la corrente elettrica è presente una o due ore al giorno), mangio pane azzimo, riso e fagioli mentre mi spiegano come il regime integralista, che aveva vietato per anni l'istruzione e la comunicazione, ha causato la più alta mortalità materna al parto di tutto il mondo.

L'oratorio delle Ong
Con una macchina della Gvc arriviamo all'Asciana Center, una specie di grande oratorio gestito da Ong locali, dove ai bambini di strada s'insegna una professione o un interesse più produttivo dell'elemosina. La prima cosa che spicca è l'insegna dipinta sul legno, che vieta di fumare e di sparare con armi automatiche nelle aule… I bambini sono in pessime condizioni igieniche, molti senza scarpe e con vestiti stracciati, sporchi, trasandati, intimoriti dalla mia macchina fotografica ma molto concentrati sui loro lavori. Nel pomeriggio mi chiama il responsabile di tutti gli orfanotrofi della zona e mi racconta di quello di Parwan, dove i bambini dormono su assi di legno prive di materassi. Appena usciti, Simona, grazie alle sue amicizie, riesce ad acquistare un centinaio di materassi (un miracolo qui a Kabul).

L'inferno di Parwan
Il giorno dopo, alle 5 di mattina, saliamo con i materassi sul camion, che viaggia per il peso a velocità ridotta, e arriviamo al villaggio di Parwan. È necessario chiedere il permesso al capo villaggio per entrare. Così, dopo essere scesi dai mezzi, c'incamminiamo verso la sua abitazione, senza armi e con la sola protezione del giubbotto antiproiettile. Lì ci attende con il consiglio degli anziani. L'atmosfera è gelida, quasi inquisitoria ma, dopo esserci presentati come italiani che vogliono aiutare i bimbi dell'orfanotrofio, cominciano a comparire alcuni abbozzi di sorriso. Entriamo: la situazione è agghiacciante. Brande fatiscenti di ferro arrugginito e legno, posizionate a castello, rette da corde e mattoni in un equilibrio precario. Un vento polveroso soffia forte, alle finestre c'è solo nylon stracciato, proprio qui, dove d'inverno si raggiungono anche i 30 gradi sotto zero. L'unico bagno è un buco all'aperto. La fonte d'acqua è un ruscello che arriva dalle montagne. Non è descrivibile la gioia dei bambini quando, arrivato il camion, diciamo di prendere a turno il loro materasso…
Il mio soggiorno a Kabul sta per finire, ma devo visitare l'orfanotrofio di TaeMaskan, situato nella periferia ovest. Anche qui la situazione non è rosea: la cucina sembra un antro infernale. Con fuochi e pentoloni dappertutto, in un mare di carbone e fuliggine. La sala mensa è immersa in cumuli di polvere di carbone e muffa, con tavolate in legno marcio e tarlato che toglierebbero fame a chiunque. Prendo nota. Ma mi chiedo quale miracolo potrà porre argine a questo disastro.
 

I piccoli iracheni salvati dai lettori del "Giornale"

 

La salvezza o la morte dei bambini ricoverati all’ospedale Al Mansour di Bagdad è in mano ai medici dell’Ospedale Burlo Garofolo e della SPES di Trieste, onlus specializzata nel recupero delle popolazioni nelle zone di guerra. Questo è emerso dalla conferenza stampa svoltasi ieri mattina proprio all’ospedale infantile di Trieste dove erano presenti, oltre ai medici coinvolti nelle missioni, anche Emilio Terpin, commissario straordinario dell’ospedale, e Roberto Papetti, vicedirettore del “Il Giornale”, che insieme all’ "Unità" ha finanziato il progetto con 173 mila euro ricevuti in donazione dai cittadini italiani.

A Medinat Al Tub, la città ospedaliera di Bagdad, dove sorge l’Al Mansour, la mortalità infantile è sei volte superiore a quella italiana. «I piccoli pazienti non hanno neanche l’acqua per bere o per lavarsi, le sale operatorie non funzionano, gli ambulatori sono inesistenti, la disinfezione è impossibile. Mancano farmaci, soluzioni di infusione e sangue per le trasfusioni», specifica Marino Andolina, pediatra del Burlo Garofolo, appena tornato dalla capitale Irakena. Ma i bambini stanno morendo anche perché il personale è sempre più assente. «Per ora siamo riusciti ad evitare la fuga in massa dei medici e degli infermieri dagli ospedali pagando gli stipendi ad oltre 500 dipendenti che non percepivano soldi da mesi», continua Andolina. «Abbiamo anche portato antibiotici, chemioterapici e fattori antiemofilici, ma la situazione rimane drammatica». Infatti il progetto di aiuti è solo all’inizio, numerose missioni sono in programma a cadenza mensile per completare le forniture all’ospedale, portare altri soldi e medicinali ed organizzare un sistema di audio e videoconferenza satellitare per un continuo scambio di informazioni fra i medici dell’ Al Mansour e quelli del Burlo Garofolo. Una sorta di gemellaggio che permetterà ai medici italiani di aiutare costantemente l’ospedale di Bagdad, ma anche di conoscere meglio e più da vicino patologie ormai quasi sconosciute nei nostri territori come il “Kala Azar” o bottone d’oriente, diffusissimo in tutto l’Iraq.

«La Leishmaniosi», spiega Dario Sarto, medico della SPES, «è la denominazione occidentale di questa malattia. La causa è un protozoo intracellulare, la Leishmania, che viene inoculato da insetti del genere flebotomi chiamate mosche del deserto». Se la malattia si localizza solo a livello cutaneo è curabile con iniezioni di antiparassitario nella zona della lesione, ma se penetra negli organi interni la vita del soggetto colpito è seriamente a rischio. «I farmaci necessari al trattamento di questa parassitosi costano pochissimo», continua Dario Sarto. «Con tre euro possiamo trattare decine di bambini, ma alcune volte il problema è arrivare in tempo prima che il parassita diffonda all’interno dell’organismo».

Ma gli aiuti ai bambini iracheni affidati a questo gruppo di medici va oltre ogni aspettativa, su richiesta specifica di Marino Andolina e del dott. Fanni Canelles, la delegazione italiana in Iraq, presieduta da Gian Ludovico de Martino, ha promesso ogni aiuto per riuscire a portare in Italia almeno 10 bambini affetti da patologie gravi e non curabili nelle strutture sanitarie del medio oriente. La delegazione si occuperà anche di fornire i documenti necessari all’espatrio sia dei piccoli pazienti che dei genitori accompagnatori. «Due bambini sono già nella lista della salvezza», spiega Andolina. «Ali Iaseim, un bambino di 4 anni, è stato portato dal padre all’ospedale Al Mansour dopo un viaggio a piedi nel deserto». Il bambino è costretto a portare una vistosa e rigida fasciatura alla spalla sinistra per contrastare un’emorragia provocata da un tumore benigno che a Bagdad attualmente nessuno è in grado di operare. «Saja Naim, una stupenda bambina di 12 anni dagli occhi neri sta morendo per una leucemia acuta», riprende Andolina. «Durante la guerra, dopo aver perso nei bombardamenti sia la casa che la loro attività di sostentamento, lei e la sua famiglia hanno dovuto vivere nei sobborghi di Bagdad. Ma ora, proprio quando la speranza di ricostruire la propria vita in un paese libero cominciava ad essere consistente, Saja si è ammalata». Il padre l’ha portata in ospedale dove i medici, utilizzando l’ultimo ago per biopsia midollare che ancora avevano, hanno diagnosticato una grave forma di leucemia acuta. «A Saja mancano solo pochi giorni di vita», riprende Andolina. «Solo un trattamento chemioterapico ed il trapianto di midollo immediatamente successivo potrebbe salvarle la vita».

L’embargo prima e la guerra poi hanno portato allo stremo una popolazione dove l’orgoglio di essere la culla della civiltà erano alla base di ogni regola sociale. Tutto quello che è nelle possibilità di questi medici e degli ospedali che gli appoggiano verrà fatto per soccorrere il popolo irakeno. Ma come spiega Marcello Gaspa, presidente della SPES, altri paesi sono nel mirino delle iniziative di soccorso, l’ Afghanistan in prima battuta. In questo paese sono stati portati dalla SPES i fondi necessari per la ristrutturazione di alcuni orfanotrofi e la SPES sta raccogliendo i soldi necessari a  portare corrente elettrica e luce a Khowst, un paese sperduto dell’ Afghanistan orientale.

 

 

I sabotatori tagliano luce e acqua e poi danno la colpa agli americani

 

Gli americani sono come Saddam non c’è nessuna differenza! Speravamo di essere liberati dalle  sofferenze ed invece i nostri dolori sono peggio di prima! Speriamo che i nostri ribelli mandino via gi americani! All’entrata a Bagdad i nostri occhi o meglio le nostre orecchie sono allibite. Tutta la popolazione di Bagdad con la quale intavoliamo un discorso ci esprime il loro disappunto verso gli americani che solo per cortesia nei nostri confronti (loro alleati) non era espresso come odio. Non capiamo cosa sta succedendo, siamo partiti per portare medicinali, strumenti e dollari all’ospedale pediatrico Al Mansour di Badad grazie ai fondi del Giornale e dell’Unità pensando di trovare un popolo libero pronto a rigenerare il proprio paese ed invece troviamo malcontento e incitamenti alla ribellione verso i “conquistatori americani”. Il clima è insopportabile un vento caldo superiore ai 40 gradi entra nelle nostre orecchie, secca le labbra e brucia gli occhi, ma finalmente arriviamo al nostro alloggio, precedentemente affittato, e capiamo cosa sta succedendo. In casa non c’è corrente elettrica (non possiamo accendere la luce e i condizionatori), non c’è gas, ma soprattutto non c’è acqua ne per bere ne per lavarsi. Chiediamo spiegazioni ai nostri vicini di casa che ci rispondono: da giorni Bagdad è sotto un caldo torrido ed afoso (atipico per questa città) e gli americani hanno tolto l’acqua e la corrente alla popolazione per punirci di non essere disciplinati. Ed aggiungono: solo chi ha soldi può permettersi un generatore di corrente e acqua minerale per bere. Eravamo allibiti che gli Stati Uniti potessero portare torture simili ad una popolazione innocente già martoriata da guerre e sofferenze. Cerchiamo di adattarci alla meno peggio, riusciamo anche a comprare da amici dei vicini un piccolissimo generatore per caricare le pile del satellitare e del computer ed andiamo a letto subito prima del coprifuoco. Nei nostri ultimi discorsi è evidente il proponimento di chiedere spiegazioni alle autorità e ai dirigenti dell’ospedale, quando cominciano numerosi scambi di arma da fuoco fra truppe americane e milizie irregolari che si protraggono per lungo tempo. Durante questo inquietante sottofondo i nostri pensieri vagano sulle possibili spiegazioni di tutto quello ai quali eravamo stati testimoni ma il dubbio che si tenti con la forza di sopprimere una popolazione senza controllo attanaglia anche a noi. Il giorno dopo, di mattina presto, non senza difficoltà, arriviamo all’ospedale e con orrore riscontriamo che anche qui la corrente elettrica è mantenuta grazie ad un generatore e che non c’è acqua corrente ne per i servizi principali ne per i pazienti. A questo punto chiediamo ai medici del reparto di ematologia pediatrica come possono gestire questa situazione e da cosa dipenda tutto questo. Con un po’ di timidezza, quasi avessero paura di quello che stavano per dirci ci rispondono che la situazione è critica ma che la colpa non è degli americani, che anzi fanno il possibile per portarci acqua ed energia elettrica quando possibile. E poi aggiungono: “sono state le milizie filo-Saddam che hanno fatto esplodere le condutture che portano carburante alla centrale elettrica e Bagdad è rimasta senza energia”. A questo punto cominciamo a capire cosa sta realmente succedendo ed il nostro taxista (un ingegnere elettronico che utilizza questo lavoro per vivere) ci completa il quadro della situazione: ci racconta del tentativo sistematico di condizionare la popolazione alla ribellione con racconti popolari infondati ma soprattutto con operazioni di disturbo e sabotaggio delle strutture indispensabili alla vita per darne la colpa agli americani. Ed è proprio quello che in questi giorni è successo togliendo il combustibile alla centrale elettrica che non ha potuto più fornire energia per alimentare la popolazione ma che soprattutto non ha alimentato più le pompe dell’acqua indispensabili per le forniture in una città completamente pianeggiante come Bagdad.

Non trovo le parole adatte a rispondere a queste testimonianze, rimango zitto fino a quando mi metto d’accordo con il mio taxista per i trasferimenti della giornata successiva, scendo dalla macchina per avvicinarmi al mio appartamento, cammino con gli occhi persi nel vuoto, pensando alle sofferenze del popolo irakeno ai vecchi e bambini senza acqua in un caldo torrido e a Saja Naim, una stupenda bambina dagli occhi neri, che sta morendo all’Ospedale Al Mansour per una leucemia acuta e che forse la burocrazia non mi darà il tempo per organizzare il suo trasferimento al reparto trapianti ematologici del dott. Andolina dell’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste.

 

 

Brandine di legno e paglia, stracci sporchi di feci ed urina, topi che squittendo scappano via al nostro passare, un odore acre insopportabile che penetra nelle narici e nei pori della pelle. Non stiamo entrando in un carcere dimenticato dal mondo o in qualche capanna alla periferia di una metropoli del terzo mondo ma a Kartasè l'ospedale pubblico di Kabul. I pazienti sono abbandonati per terra o in brande fatiscenti adagiati come cadaveri uno sull'altro. Non ci sono materassi, mancano servizi igienici o di semplice pulizia ed è completamente assente l'assistenza infermieristica, gli scarafaggi corrono dappertutto e miriadi di mosche depositano le loro larve sulle ferite dei pazienti incoscienti. Non riusciamo a credere a quello che appare ai nostri occhi, parliamo con un medico che ci racconta le situazioni fatiscenti nelle quali sono costretti a prestare soccorso: «non esiste la possibilità di disinfettare gli strumenti, difficilmente è disponibile una terapia antibiotica adeguata e qualche volta anche l'utilizzo dell'anestetico è impossibile». Per trattare gli ematomi subdurali provocati da una trauma cranico i chirurghi sono costretti ad agire esattamente come facevano gli antichi egizi più di 4000 anni fa. Infatti senza alcun supporto farmacologico e non essendo possibile eseguire esami radiografici per focalizzare correttamente la lesione, con un trapano provocano dei buchi casuali nel cranio del paziente fino a quando riescono a trovare l'ematoma da drenare. Una situazione questa simile anche negli altri reparti sia chirurgici che medici dove mancano medicinali, cateteri, aghi e filo di sutura, garze e guanti sterili ma soprattutto manca la possibilità di eseguire esami del sangue, delle urine e delle feci i macchinari per le radiografie risalgono agli anni 40 e manca in tutto l'Afhanistan la possibilità di eseguire una Tac o dializzare i pazienti con l'insufficienza renale che sono costretti a morire o a trasferirsi in Pakistan.
Una situazione assurda che è però da collegare a 30 anni di guerra ed integralismo che la popolazione di questo paese è stata costretta a subire. Benché molti aiuti siano arrivati in Afghanistan da ONG, paesi occidentali e da privati quello che manca è l'educazione alla civiltà e l'istruzione. I regimi integralisti hanno vietato per anni l'istruzione e la comunicazione. Non è mai esistita la radio e la televisione, le popolazioni dei villaggi sparsi nel vasto territorio montuoso per mancanza di soldi, macchinari e per un clima ostile non hanno potuto scambiarsi nemmeno informazioni verbali. La cultura scolastica ma anche quella popolare progressivamente è stata dimenticata e le nuove generazioni hanno insegnato sempre meno a quelle successive con il risultato che in Aghanistan c'è la più alta mortalità materna al parto di tutto il mondo. Nessuno infatti è più a conoscenza di come girare un bambino se non si presenta correttamente al travaglio o cosa fare se il parto risulta più difficile del previsto. E sempre per mancanza di cultura in Afghanistan c'è la più alta percentuale al mondo di nati malformati. In questo paese infatti è tradizione che il marito compri la propria moglie in denaro o in oggetti; ma essendo tutte famiglie estremamente povere gli uomini sono costretti a scegliere la sorella o la cugina che costano molto meno perché loro parenti. Noi da tempo sappiamo che l'accoppiamento fra consanguinei è la prima causa di malformazione fetale ma ancora in Afghanistan questo argomento è vietato perché invenzione dell'occidente.
Quello che oggi risulta più drammatico è che questo paese viene progressivamente sempre più escluso dagli aiuti umanitari. A Kabul ancora sono operative numerose organizzazioni che molto fanno per la popolazione, fra queste spiccano la Cooperazione Italiana, la GVC, la SPES e il CIMIC dell'Esercito Italiano, ma i soldi stanno per finire e di conseguenza anche gli aiuti. Invece proprio in questo momento dove tanto è stato fatto nella fase di emergenza tanto dovrebbe essere fatto per riproporre una cultura ad una popolazione allo sbando che meriterebbe un'adeguata istruzione. Se non permettiamo a questo paese di camminare con le sue gambe per poter poi correre con i paesi vicini tutto quello che è stato fatto fin'ora sarà stato fatto invano. L'Afghanistan ritornerà quindi dimenticato come era prima dell'11 settembre, dimenticato dall'occidente, dagli uomini ma speriamo non dimenticato da Halla.

 

La delegazione italiana salva i bambini di Baghdad

 

Nei corridoi polverosi dell’ospedale infantile Al Mansud il frastuono provocato dalle urla e dai lamenti dei piccoli pazienti mi impedisce di dialogare correttamente con i colleghi irakeni. Ovunque ci sono bambini in lacrime, denutriti, alcuni sotto una coperta appena deceduti, madri sedute per terra che allattano i loro piccoli, padri infuriati nel vedere i loro bambini in preda a sofferenze indescrivibili. Abdul Majeed Hammadi, direttore del reparto ematologico dell’ospedale pediatrico di Baghdad, mi spiega come tutti i servizi siano sospesi a causa della mancanza di corrente elettrica e di acqua. Le sale operatorie sono ferme, gli ambulatori non funzionano, la disinfezione è impossibile; mancano farmaci, soluzioni di infusione endovenosa e sangue trasfusionale.

Benché venga continuamente coinvolto nelle disperate richieste di aiuto dei genitori dei bambini ricoverati, cerco di spiegare ai responsabili dei reparti di degenza come il nostro arrivo in Iraq sia finalizzato a portare loro soldi, attrezzature e farmaci, grazie ai finanziamenti del “Il Giornale” e dell’”Unità” in collaborazione con l’ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste.

La mia visita continua, il mio sguardo incrocia spesso quello disperato ed interlocutivo dei genitori e dei loro bambini. Percepisco come le loro espressioni raccontino le paure e le sofferenze passate, ma anche come in loro ci sia la speranza, anche grazie al nostro aiuto, di poter superare e risolvere i loro problemi.

Le lacrime scorrono lentamente segnando il viso di Ali Iaseim, un bambino di 4 anni. Il padre disperato me lo porge nel tentativo di cogliere la mia attenzione e a gesti mi implora di aiutare il suo piccolo. La spalla sinistra è vistosamente avvolta da una benda che cerca di fermare un’emorragia che continua da giorni. Il tumore di cui è affetto il bambino è benigno e se l’ospedale funzionasse e, se ci fossero i chirurghi adatti, potrebbe essere asportato. I medici mi raccontano come il padre abbia attraversato il deserto a piedi con il piccolo in braccio per arrivare a Bagdad dal nord dell’Iraq e come, dopo la guerra, il suo villaggio sia incapace di sopravvivere economicamente. Ma molte sono le storie di degrado, Saja Naim, una stupenda bambina di 12 anni dagli occhi neri sta morendo per una leucemia acuta. Durante la guerra, dopo aver perso nei bombardamenti sia la casa che la loro attività di sostentamento, lei e la sua famiglia hanno dovuto vivere nei sobborghi di Bagdad. Ma ora, proprio quando la speranza di ricostruire la propria vita in un paese libero cominciava ad essere consistente, Saja si ammala, è sempre più debole, pallida, perde sangue, ha febbre. Il padre la porta in ospedale dove i medici utilizzano l’ultimo ago per biopsia midollare che ancora avevano. Il responso è drammatico, la prognosi è infausta e se non potrà essere trapiantata a Saja mancano solo pochi giorni di vita.

Mi sentivo impotente, avevamo consegnato gli stipendi al personale dell’ospedale per l’ammontare di 25000 dollari, avevamo portato antibiotici, chemioterapici e fattori antiemofilici per altri 15.000, ma mentre visitavo quella bambina il senso di frustrazione per non riuscire a dare speranza ai genitori e a salvare le vite di questi bambini annebbiava tutti i miei pensieri.

Mi rivolgo allora alla delegazione italiana in Iraq, presieduta da Gian Ludovico de Martino, che avevo avuto l’occasione di sentire per telefono alcuni giorni prima. Il loro lavoro è encomiabile, in tutto il periodo nel quale sono stato a Bagdad si sono preoccupati di conoscere la mia posizione ed i miei spostamenti. Ma ora avevo bisogno di qualcosa di più, avevo bisogno di un loro appoggio per portare in Italia i bambini più gravi e quelli che non potevano essere curati a Bagdad. Ero scettico, troppe erano le difficoltà, indescrivibili i cavilli burocratici possibili, ma per fortuna mi sbagliavo. Già dopo poche parole mi rendevo conto della disponibilità e dell’umanità della nostra delegazione. Non solo mi viene promesso tutto l’aiuto per riuscire a portare in Italia 10 bambini, ma la delegazione si sarebbe occupata anche di fornire i documenti necessari all’espatrio sia dei piccoli pazienti che dei genitori accompagnatori.

Esco dall’ambasciata più sereno e fiducioso, ancora angosciato per tutto quello che mi resta da fare; ma vi assicuro che nella situazione in cui mi trovavo sapere di contare sull’aiuto del proprio paese non è una cosa da poco.

 

 

L'esercito italiano è una sicurezza per Kabul

E’ di poche ore la notizia che gli Stati Uniti vorrebbero una diversa utilizzazione del contingente italiano in Afghanistan, una proposta questa che se venisse resa operativa potrebbe modificare l’organizzazione degli aiuti umanitari in questo territorio. A Kabul come nei villaggi più remoti del deserto afgano i nostri soldati infatti sono conosciuti e rispettati ed ottengono con umanità ospitalità e collaborazione. E proprio grazie a questo rapporto di fiducia, costruito passo dopo passo con abile diplomazia, il portare al petto la bandiera italiana è diventato il simbolo di un lasciapassare universale.

«Qualche vostro mezzo potrebbe passare nei pressi di Parwan?», «Potreste venire  insieme a noi verso Allahuddin?». Sono le domande che soldati di diverse nazioni di stanza in Afghanistan fanno spesso ai militari italiani per uscire dalla base dell’ISAF di Kabul. Non sono missioni coordinate da più nazioni ma una semplice sicurezza per i soldati non italiani. Benché quasi ogni afghano circoli armato dal proprio Kalashnikov e l’aggressività e la durezza di questo popolo siano temperate da anni di guerra e sofferenze, con la bandiera italiana a Kabul si circola senza grandi pericoli e spesso i militari di altre nazioni si sentono più sicuri uscendo dalla base insieme a mezzi italiani.

Il gruppo militare predisposto ad ottimizzare i rapporti fra il nostro esercito e la popolazione locale è il CIMIC (cooperazione civile-militare), il suo operato è determinante per integrare fra loro il personale dell’ ISAF, la popolazione Afgana e le varie Onlus, Organizzazioni Governative e Non Governative presenti nel territorio (GVC, SPES).

Una delle maggiori piaghe di questo paese è la leshmaniosi, una malattia provocata da un parassita inoculato durante la puntura di un insetto simile ad una zanzara. Molti forse sanno che migliaia di bambini sono ammalati da questa parassitosi, alcuni in forma grave altri solo sulla pelle, ma quello che pochi sanno è che il nostro Esercito direttamente si adopera per il trattamento di questa malattia altrimenti mortale. Settimanalmente vengono seguiti, regolarmente, 15/20 bambini con la cute deturpata e gli organi invasi dalla leshmania e mediamente altri 30/40 bambini alla settimana ricevono visite e cure per altre patologie. A questa attività si affianca quella coordinata con il Servizio Veterinario che sta promovendo in scala sempre maggiore la profilassi dei capi di bestiame nella regione di Kabul. Mediamente viene effettuata la profilassi da 100 a 200 capi ogni settimana. Operazioni queste importanti anche per la salute della popolazione perché garantire mandrie di bestiame sane vuole dire prevenire le numerose malattie che le carni infette possono trasmettere all’uomo.

Chiunque sia stato a Kabul si è reso conto di quanto grave sia la mancanza di qualsiasi forma di igiene. Le fogne sono a cielo aperto con il vento che spesso porta i liquami organici all’interno delle abitazioni, l’acqua spesso scarseggia e ristagna nei pozzi colonizzati da ogni tipo di insetto. Ma dall’agosto scorso è stata attivato dal CIMIC il progetto di sanificazione delle acque stagnanti della città con trattamenti che si ripetono a cadenze regolari ogni 15 giorni. Il risultato è stata una diminuzione del 30-40% degli insetti che infestavano il territorio.

Altrettanto impegnativa è l’attività rivolta al miglioramento delle infrastrutture che viene realizzata dal CIMIC attraverso l’utilizzo dei soldi italiani ed impiegando aziende locali per stimolare l’attività imprenditoriale. Solo nell’ultimo mese sono stati inaugurati, un ponte e due pozzi d’acqua e sono stati effettuati i sopraluoghi tecnici per realizzare altri quattro pozzi in aree geografiche impervie e difficilmente raggiungibili.  

Ma ancora non è tutto, l’inverno a Kabul è un inferno gelido, la temperatura nella citta che è posta a 1900 metri sopra il livello del mare può raggiungere i 40° sotto zero. Per fortuna i nostri militari distribuiscono ai bambini di strada, grazie alle donazioni di privati, della Croce Rossa e della Caritas, i capi di vestiario adatti ad un clima così  rigido.

In accordo con le decisioni prese a Bonn l’Esercito Italiano ha avuto il compito di creare le condizioni adatte a consentire la reintegrazione dell’Afghanistan quale nazione autonoma nella Comunità Internazionale. Grazie all’umanità che ci contraddistingue il nostro Esercito sta svolgendo a pieno tale funzione, probabilmente alcuni compiti cambieranno in funzione di modifiche dello scenario internazionale ma importante è che l’Italia possa ancora portare con il suo Esercito di pace aiuti e speranza alla popolazione di questo territorio.

 

 

La cooperazione fra militari e civili è fondamentale per le forze di pace

 

Il dibattito sul "Droit d'ingerence", il diritto d'intervento da parte dello stato con mezzi miliari per propositi umanitari, denominato più modernamente “peacekeeping” non si è mai concluso. Anzi, con i recenti sviluppi della crisi internazionale e con la presenza sempre più numerosa dei nostri soldati all’estero in scenari di difficile controllo questo problema è costantemente al centro di forti polemiche. L'Italia ha circa 500 militari impegnati nelle operazioni in Afghanistan nell'ambito della Forza internazionale di stabilizzazione (Isaf), e benché le recenti registrazioni di Bin Laden minaccino attacchi contro "rappresentanze italiane", a Kabul, come nei villaggi più remoti del deserto afgano, i nostri soldati sono conosciuti e rispettati ed ottengono con umanità ospitalità e collaborazione. Il gruppo militare predisposto ad ottimizzare i rapporti fra il nostro esercito e la popolazione locale è il CIMIC (cooperazione civile-militare), il suo operato è determinante per integrare fra loro il personale dell’ Isaf, la popolazione Afgana e le varie Onlus ed Ong presenti nel territorio che accettano tale collaborazione. Non sono poche infatti le organizzazioni che rifiutano per ideologia o per motivazioni pratiche di collaborare con l'esercito durante lo svolgimento di un’operazione umanitaria. Anche se quasi tutte queste sono d’accordo che sia necessario un rapporto con le istituzioni locali, che spesso però non esistono. Allora altre organizzazioni come la Gvc e la Spes, meno rigide sull’applicazione degli aiuti umanitari, basano il loro operato attraverso un’attiva collaborazione con il Cimic permettendo così la nascita di progetti fondamentali per la ristrutturazione del paese.

Chiunque sia stato a Kabul si è reso conto di quanto grave sia la mancanza di qualsiasi forma di igiene. Le fogne sono a cielo aperto con il vento che spesso porta i liquami organici all’interno delle abitazioni, l’acqua spesso scarseggia e ristagna nei pozzi colonizzati da ogni tipo di insetto. Proprio per questo motivo nell’agosto scorso è stato attivato dal CIMIC il progetto di sanificazione delle acque stagnanti della città con trattamenti che si ripetono a cadenze regolari ogni 15 giorni. Inoltre sempre a Kabul, settimanalmente, vengono seguiti dal Cimic, 15/20 bambini con la cute deturpata e gli organi invasi dalla leishmania (una parassitosi endemica in questo paese) e altri 30/40 bambini alla settimana ricevono visite e cure per altre patologie. A questa attività si affianca quella coordinata con il Servizio Veterinario dell’esercito che sta promovendo in scala sempre maggiore la vaccinazione dei capi di bestiame nella regione di Kabul. Mediamente viene effettuata la profilassi da 100 a 200 capi ogni settimana. Operazioni queste importanti anche per la salute della popolazione, perché garantire mandrie di bestiame sane vuole dire prevenire le numerose malattie che le carni infette possono trasmettere all’uomo.

La Carta delle Nazioni Unite obbliga gli stati ad intervenire talvolta con la forza per interrompere le minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. E sempre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha autorizzato recentemente l’Isaf a inviare le truppe in qualunque parte dell’Afghanistan, senza tenerle confinate nella capitale Kabul. Le azioni umanitarie non devono avere frontiere, obblighi politici o religiosi. In ogni posto dove vi sia sofferenza è giusto che i paesi occidentali si adoperino per risollevare le popolazioni dall’inferno nelle quali si vengono a trovare. E proprio su questa linea di condotta riecheggiano le parole del ministro della Difesa Antonio Martino che ha annunciato l’invio di nuovi soldati italiani a Kabul da inquadrare nell’ipotesi di un possibile allargamento dell’azione dell’Isaf nel territorio afghano. Un programma questo non richiesto da tentativi di controllo del territorio, delle milizie o delle istituzioni afghane ma esclusivamente dettato dalla necessità di ricostruzione e stabilizzazione di un paese sull’orlo dello sfacelo.

 

 

 

"E' lei il mio contatto per il trapianto di rene?", abbozza un cinquantenne, che parla inglese. Erano le dieci di sera nell'aeroporto pakistano di Lahore, circa un anno fa. Stavo rientrando da una missione umanitaria in Afghanistan per conto dell'organizzazione non governativa triestina, Spes. Mi aggiravo per l'aeroporto in attesa del volo di ritorno in Europa e la mia croce di medico sul giubbotto deve aver attirato l'attenzione dello strano interlocutore. Naturalmente rimasi stupito della domanda e pensai subito di aver frainteso, ma lui insisteva e voleva sapere dove fosse la clinica per il trapianto di rene. Poi cominciò a spiegarmi che era già la seconda volta che affrontava questo tipo di intervento e rivelò come fosse facile procurarsi un organo di ricambio in Pakistan. Non ne sapevo nulla, ma lo lasciai parlare, comprendendo che aveva bisogno di sfogarsi. «E' come comprare un'automobile - raccontava - Quando hai bisogno chiami e dopo una settimana è già tutto pronto: sala operatoria, chirurgo, stanza, medicinali, visite specialistiche, esami strumentali e naturalmente il rene». Sono un nefrologo, esperto di trapianti di rene e gli chiesi del costo dell'operazione. Lui rispose senza peli sulla lingua: «All'arrivo consegni 15.000 dollari e la settimana dopo torni a casa con il pezzo nuovo». Vedendo la mia faccia allibita continuò a spiegare che «non c'è da stupirsi. In tante famiglie della zona qualcuno ha ceduto un rene. A Lahore e nei villaggi confinanti tutti sono disposti a coricarsi sul tavolo operatorio, per mettere in vendita il proprio corpo, per un pugno di rupie. Guadagnano meno di 2000 dollari a pezzo». Ci sedemmo su alcune poltroncine di una sala d'aspetto, dove continuò il suo racconto. «Inizialmente le organizzazioni di commercio d'organi operavano in altre centri più piccoli tipo Okara e Sargodha, ma ora che si sono spostate in grandi città, come Lahore, l'intervento è meglio organizzato» spiegò il cinquantenne inglese. A Lahore ci sono molte cliniche segrete dove si svolgono gli interventi e che fanno concorrenza fra loro portando al ribasso il costo dell'intera operazione. «Il costo del rene infatti» - continuò - dipende dalla classe sociale della persona al quale viene prelevato, dalla rarità del gruppo sanguigno e dalla salute del donatore». Un rene geneticamente raro e "puro" può arrivare a costare anche 100.000 dollari al paziente occidentale. «Io per fortuna ho un gruppo sanguigno comune - mi rivelò - e mi accontento di poco, tanto poi se non funziona lo cambio. L'importante è che non sia infetto». Ad un tratto si avvicinò un uomo di bassa statura, scuro di carnagione che con estrema gentilezza invitò il mio interlocutore a seguirlo verso una macchina di grossa cilindrata. Salirono a bordo e l'auto partì  a grande velocità dirigendosi verso il centro di Lahore.

 

Articoli pubblicati "la Cronaca", "i Meridiani"

 

Su una finestra ad osservare la vita dall'alto

Sebbene non sia lecito compiere confronti di valore tra scrittori ed artisti (ogni autore deve essere interpretato alla luce della sua esperienza storica) si può senz’altro affermare che di non grande peso è stato nel panorama italiano ed europeo il contributo degli autori triestini dell’800. diverso è invece il giudizio sulla letteratura giuliana del ‘900 nella quale trovano spazio autorevoli scrittori che reggono ampiamente il confronto con i migliori prosatori europei ed anzi anticipano importanti elementi del pensiero letterario: così Svevo, Slataper e Stuparich e così nel proprio e diverso ambito Saba. Tra questi spicca inoltre con una propria inconfondibile fisionomia nella letteratura italiana del Novecento Quarantotti Gambini.  «Senza i “triestini” mancherebbe qualcosa di essenziale», scrive Bruno Maier, già professore di letteratura alla facoltà di Magistero dell’Università di Trieste. «Ossia non mancherebbe solo un peso considerevole di esperienze umane ed artistiche, ma anche, e più, la possibilità di ritrovare nel fluttuare stesso della vita e nell’urgenza di una ricca e complessa problematica spirituale una sorgente inesauribile di poesia e di canto».

Nato a Pisino d’Istria nel 1910, Pier Antonio Quarantotti Gambini ha trascorso la sua infanzia e l’adolescenza a Trieste ed a Capodistria, nella quale ambienterà alcuni racconti. Le sue prime pubblicazioni apparvero durante gli studi di giurisprudenza, incoraggiato da scrittori quali Richard Hughes ed Umberto Saba. Non bisogna infatti meravigliarsi se nei suoi “ricordi” trovano spazio momenti di storia intellettuale e culturale condizionati da vari scrittori con i quali nella diverse età della sua vita egli venne in contatto. Egli stesso racconta che in una città come Trieste, nella quale il ricordo di Svevo uomo s’incontrava e scontrava con quello di Svevo scrittore, diventava in ogni modo importante, anzi indispensabile, fare i conti con lui, fissare dei confini, delimitarsi un territorio. «Che cosa c’è in realtà nel fenomeno chiamato “letteratura triestina”?». Si è infatti domandato e risposto più volte lo stesso Gambini. «Da un lato un gruppo di autori molto notevoli, nati e vissuti – nello stesso periodo o quasi – nella stessa città, da essi tutti molto amata, che ha condizionato nell’uno o nell’altro modo l’opera di ognuno».

Fu “Solaria” la rivista che per prima portò la sua opera al pubblico, stampando a puntate il suo romanzo d’esordio: I nostri simili (1932) al quale si aggiunse nel 1937 La rosa rossa.

Nella sua carriera il Gambini collaborò con numerosi giornali come “Pan”, “La stampa”, “il Messaggero”, “il Tempo” di Milano e di Roma. Dopo alcuni anni di lavoro nel servizio stampa di una società di navigazione, fu dapprima direttore provvisorio della biblioteca civica di Trieste e poi responsabile delle emissioni di “Radio Venezia Giulia” che diresse da Venezia fino al 1949. In questi anni scrisse L’onda dell’incrociatore (1947). Traendo il massimo da ogni esperienza, sia positiva che negativa, Quarantotti Gambini ha approfondito ed affinato le sue grandi doti di narratore alternando ai romanzi veri e propri una serie di opere la cui prosa fonde felicemente i problemi storici e psicologici della vita del nostro tempo.

Walter Bernes, segretario della Comunità Istriana a Trieste ed organizzatore della manifestazione in ricordo dell’artista scomparso ha in proposito detto: «Nei suoi libri Quaratotti Gambini coltivava l’interesse per l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù ed è forse questo il motivo per il quale viene letto tanto facilmente dai giovani».

Rifiutava la retorica e l’ipocrisia, ed incurante della “maschera” di facciata, tentava di esprimere, nei limiti del possibile, i lati nascosti delle culture moderne. «La verità, per me, è che non importa da  quale finestra un artista guardi», scrisse in un articolo. «Ciò che importa è che egli abbia la sua finestra il più in alto possibile. Perché è troppo evidente che, quando la finestra è ad una certa altezza, da essa si riesce a vedere molto od addirittura tutto, indipendentemente dai fregi della cornice». Nella sua opera Quarantotti Gambini ha certamente trovato una posizione di visione elevata che gli ha permesso di manifestare nei suoi racconti, attraverso personaggi ed ambienti, la propria concezione personale della vita. Un’altezza dalla quale Trieste, l’Istria natia e perfino l’Italia tutta gli apparivano strette, non solo come spazi fisici ma come mentalità, come arte. Furono questi gli anni in cui scrisse Amor militare (1955), Il cavallo Tripoli (1956) e La calda vita (1958).

«Se un giorno dovessi scrivere la mia autobiografia la intitolerei Un italiano sbagliato», disse in un intervista a Gian Antonio Cibotto. «Come uomo, sento di essere qualcosa di simile ad uno straniero in patria. Proprio quel modo di essere e di pensare che poteva fare di me un cittadino normale in un’ipotetica Italia un po’ nordica e molto europea mi mette fuori fase tra la maggior parte dei nostri connazionali». Purtroppo Quarantotti Gambini non riusci a scrivere la propria autobiografia: morì a Venezia il 22 aprile 1956 poco dopo aver terminato di scrivere Racconto d’amore.

 

“Abbiamo paura di perdere la nostra identità”

Fu l’imperatore Giuseppe II, il 13 ottobre 1781, a pubblicare l’editto di tolleranza al quale seguì il decreto del 3 novembre 1781 in favore di tutte le confessioni cristiane diverse da quella cattolica. Così finalmente il 9 agosto 1782 venne concesso ai Greci il diritto di fondare ufficialmente la loro comunità a Trieste. Il 1º dicembre 1782 si riunirono così 63 capifamiglia che elessero sei deputati ed in seguito otto assessori.

Le autorità della comunità, oggi come allora, sono tenute a far rispettare la tranquillità tra i connazionali, curano l’ispezione degli affari ecclesiastici, rappresentano la Comunità davanti alle autorità di Trieste e si occupano anche della nomina dei maestri di scuola. Inoltre supervisionano gli affari economici della Chiesa ed i beni comuni e provvedono alla nomina dei preti. Oggi alla Comunità Greca triestina appartengono circa 500 persone. «Ma gli attivi con i quali siamo in contatto sono circa 200», spiega l’odierno presidente Michele Hatzakis. «Questa differenza è dovuta al fatto che alcune persone di religione ortodossa si sposano con altre di religione cattolica e di conseguenza si crea una divisione che può portare ad un allontanamento della Comunità». Ma quale funzione ha oggi la Chiesa Greco ortodossa o Comunità Greco orientale come la chiamano alcuni? «La comunità Greca oggi è un ente morale», chiarisce Michele Hatzakis. «Gestisce i beni che ha ereditato dalle varie personalità greche del passato, come alcuni palazzi ed appartamenti, si occupa del culto e aiuta i Greci bisognosi».

Ogni due anni la Comunità si riunisce in assemblea per eleggere un consiglio di quindici persone. Queste si ritrovano una volta all’anno per votare il presidente che non può restare in carica per più di tre anni. Per essere eletto il primo anno ha bisogno del 51% dei voti, per il secondo del 75%, mentre necessita dell’unanimità dei consensi per rimanere in carica anche il terzo anno. Vengono anche eletti due vicepresidenti e due sindaci per controllare che tutte le attività della Comunità si svolgano secondo lo Statuto. Un regolamento, questo, che venne approvatoli 17 marzo 1784 dalla Comunità e convalidato l’8 aprile 1786 dalle Autorità del tempo. Nell’ambito di questa normativa vennero promulgati nove capitoli, suddivisi in 314 articoli, che ancora oggi ordinano la vita della Comunità Greco orientale di Trieste. Rappresentativo su questo aspetto è il pensiero di Olga Katsardi, assistente nella facoltà di filosofia e storia greca moderna dell’università di Atene, che per alcuni anni ha soggiornato a Trieste studiando la storia degli immigrati greci: «Oggi la Comunità Greca è in grado, a duecento anni dalla sua fondazione, di svolgere le attività secondo i dettami dell’invariato antico statuto, che rispecchia lo spirito dei suoi benemeriti fondatori e funge da faro della Cristianità Ortodossa nelle amate terre giuliane». Secondo i suggerimenti del presidente eletto vengono anche scelti alcuni assessori, responsabili del culto, del cimitero, del coro, delle questioni tecniche e della biblioteca. «Quest’ultima è la più importante biblioteca dell’ellenismo estero», racconta Apostolos G. Papaioannu, ricercatore sulla presenza dell’ellenismo a Trieste e Venezia durante l’800. «Comprende principalmente opere di contenuto filosofico, teologico, storico ed una serie di testi scolastici». Di notevole interesse sono gli atlanti geografici, i vocabolari e le enciclopedie. Tutti pezzi molto rari come le tragedie di Sofocle del 1552 e l’edizione del 1521 del vocabolario di Esichio. La biblioteca dispone anche di una sezione speciale dove sono conservate vecchie riviste e giornali tra i quali la serie degli anni 1883-1916, con pochissimi numeri mancanti, del giornale greco Nèa Imèra di Trieste, stampato nelle tipografie del Lloyd Austriaco. Ma non solo riprende il signor Papaioannu: «Negli scaffali è possibile documentarsi sulla linguistica e sulla letteratura classica, bizantina, greca  moderna ed europea. Pregevoli sono i testi sulla storia, sull’archeologia, sull’arte e sulle scienze. Numerosi sono i volumi sul diritto e sulle scienze politiche. Non mancano infine trattati sulla teologia, filosofia e pedagogia».

Dall’arrivo del primo greco in terra giuliana è passato molto tempo, a lui si sono susseguiti tanti altri immigrati che si stabilirono in città definitivamente. La maggior parte di queste famiglie, pur mantenendo i ricordi della madre patria, inevitabilmente ha acquistato le tradizioni, la cultura e qualche volta la religione della popolazione triestina. Ma ultimamente per motivi diversi da quelli passati (non è più il commercio che attira verso Trieste) un numero sempre crescente di ellenici ha ricominciato ad avvicinarsi alle coste giuliane, anzi sarebbe più corretto dire all’università giuliana, visto che si tratta per la maggior parte di studenti. «Oltre due terzi dell’attuale Comunità Greca si è stabilita a Trieste dopo la 2a guerra mondiale», conferma il presidente Hatzakis. «Una parte non trascurabile di queste persone ha raggiunto la nostra città nel dopoguerra e negli anni settanta ed ottanta. La maggioranza, giunta originariamente per motivi di studio, ha poi scelto, dopo aver ottenuto la residenza, di rimanere nel capoluogo giuliano». La Comunità oltre alle sue funzioni di amministrazione, già accennate, si adopera anche in altre attività come specifica il signor Hatzakis: «Organizziamo svariate manifestazioni ed attività culturali. Tempo fa c’è stata una presentazione  al pubblico della poesia greca, ultimamente è stata organizzata al teatro Miela una manifestazione musicale con un complesso ellenico. Inoltre vengono aiutati gli studenti greci ad organizzare due volte all’anno delle serate danzanti». Ma non solo: «Abbiamo inoltre intenzione di creare una sala da utilizzare come ritrovo, per conferenze, feste e attività ricreative», continua a raccontare il presidente. «A tale scopo vorremmo utilizzare gli ambienti, di nostra proprietà, del negozio Dosaggio ora in affitto. Lo sfratto è in corso ma i tempi non sono mai brevi in questo genere di pratiche». Una Comunità, quella greca, che non tende ad isolarsi dall’ambiente che la circonda, che ricerca i rapporti (sia di amicizia che di lavoro) indipendentemente dalle tradizioni, dalla cultura e dal credo religioso, racconta il loro presidente: «Continuiamo a rimanere in contatto con la nostra madre patria, anche grazie ad un continuo via vai di amici e parenti. Non dimentichiamo la nostra provenienza. Ma la maggior parte di noi si è perfettamente amalgamata con la popolazione locale. Questo anche grazie ai matrimoni misti ed alla caratteristica mitteleuropea di Trieste». Una Comunità Greca, quella di Trieste, che meriterebbe una medaglia per la capacità di adattamento e di fusione in una cultura diversa da quella originaria. Una medaglia però che, come traspare dalle parole di Michele Hatzakis, fa temere il suo inquietante rovescio: «Il rischio più grosso che corriamo con l’andare degli anni è di perdere la nostra cultura e le nostre tradizioni. Solo la Chiesa e la Comunità, tenendoci uniti, possono proteggerci da questo pericolo».

 

Benché alcune delle più famose chiese cristiane orientali siano di stile bizantino non esiste una tipica architettura ortodossa nell’Europa Occidentale. Ogni Comunità ha assorbito le tradizioni e la coltura del proprio ambiente e periodo stoico e gli edifici hanno risentito del contesto nel quale sono stati costruiti. Nelle chiese ortodosse lo spazio destinato ai fedeli è spesso separato dallo spazio dell’altare (o abaton) da una particolare parete divisoria ricoperta di icone e chiamata iconostasi. Mentre le donne possono assistere alla funzione da un balconato a loro riservato denominato Gineceo. A Trieste le influenza asburgiche e contemporaneamente veneziane hanno fatto in modo che sia il vecchio San Spiridione (sui cui resti è stato costruito il nuovo tempio serbo ortodosso in stile neobizantino) che il più recente San Nicolò siano stati fabbricati seguendo una concezione di tipo neoclassico con decise influenze veneziane. E’ proprio quest’ultima chiesa la massima espressione dell’architettura greco ortodossa a Trieste. E per tale motivo è d’obbligo soffermarsi ad analizzare i particolari dell’iniziale struttura di San Nicolò successivamente modificata. Di tale versione purtroppo non si possiede alcuna documentazione visiva ma è possibile farsene un’idea attraverso la descrizione, risalente al 1818, del governatore della Comunità Greca Giovanni Vordoni: «Un tempio incompleto, con una facciata zotica e senza gusto, con i campanili dimezzati senza poter far uso de’sacri bronzi e col recinto cadente per modo da incuter timore a tutti quelli che vi passan vicino». Inoltre egli si preoccupava della « salute delle nostre campagne, che in troppo numero si trovano angustiate nel troppo ristretto gineceo», la zona riservata alle donne, il cui accesso tra l’altro era «alle intemperie esposto». A quanto risulta dopo il 1787 (data d’apertura del tempio ai fedeli), ultimati i lavori di questa iniziale struttura, nulla di significativo fu aggiunto sul piano architettonico fino al 1819, anno in cui l’architetto Matteo Pertsch venne scelto per rimodernare la costruzione. «Il disegno della facciata e dei due campanili come disegnato da Pertsch è conservato negli uffici della Comunità», racconta Maria Bianco Fiorin, docente di lettere e collaboratrice dell’Istituto di storia dell’arte dell’Università di Trieste. «E’ lievemente tinteggiato, reca la firma del Pertsch e l’approvazione del Direttore generale delle fabbriche e strade del distretto di Trieste, Pietro Nobile, nonché la data del 27 maggio 1818 ed il numero di registrazione 1054». Il completamento dei lavori, sotto la supervisone del Pertsch, ha notevolmente modificato l’aspetto della chiesa che ha assunto la conformazione attuale. Sulla facciata sono state aperte quattro finestre anche se quella centrale, progettata circolare, oggi è a forma di semiluna poggiante su di un esile basamento. Questo per consentire alla Comunità di affiggere una lapide marmorea sopra la porta d’entrata. Inoltre spiccano nella facciata sei colonne, inserite nel muro, che terminano ciascuna con capitello ionico. Al di sopra è visibile un frontone triangolare dietro al quale, di poco arretrati, si erigono i due campanili di eleganza neoclassica. La costruzione ad una sola navata si apre sulla facciata con tre porte delle quali solamente quella centrale consente l’accesso alla chiesa. Benché dall’esterno il tempio possa apparire addossato alla palazzina attigua, in realtà se ne distacca per un cortiletto interno che permette alla luce di filtrare anche dal fianco sinistro grazie a due file di finestre. Nel lato destro della chiesa inoltre sorgono due strutture quadrangolari. La prima permette di entrare nel gineceo al coperto mentre la seconda , con pura funzione estetica, immette al cortile che circonda la chiesa. Essa è isolata dall’ambiente esterno grazie ad una bassa inferriata alternata a riquadri in pietra.

Questa struttura, dall’ultimo lavoro del Pertsch, fu restaurata varie volte ma mai completamente. Infatti «i campanili avrebbero bisogno di un restauro urgente» fa capire l’archimandrita (l’abate) Timotheos Eleftheriou. «quando piove passa perfino acqua attraverso il tetto e questo potrebbe rovinare gli ingranaggi delle campane. Inoltre alcune parti interne della chiesa necessiterebbero di una revisione, ci sono zone dove l’intonaco delle pareti si sta sgretolando Infine le abitazioni dei sacerdoti e del sacrestano avrebbero bisogno di alcune modifiche. In sostanza sarebbe indicato un restauro generale ma purtroppo mancano i necessari finanziamenti».

Entrando all’interno del tempio si nota subito la pavimentazione in marmo a riquadri bianchi e neri. La chiesa, come già detto, è a navata unica e, benché esistano gli svariati problemi di manutenzione accennati dall’archimandrita, è visivamente in ottimo stato, questo grazie ai continui sforzi della Comunità Greca. Una vasta pittura ad olio su tela riveste tutto il soffitto e la parte superiore delle pareti laterali. «Con i suoi effetti prospettici ed architettonici, anche se non del tutto corretti, dà all’ambiente un senso di spazio e profondità», spiega la professoressa Fiorin. Le pareti, dal soffitto fino alla base delle finestre sono anch’esse rivestite di tela decorata a finte nicchie nelle quali sono visibili le immagini dei quattro evangelisti. In altre nicchie invece, che si alternano alle finestre, sono raffigurati gli altri otto apostoli rimanenti. Nella parte sovrastante l’entrata sostenuto da due colonne è posto il gineceo, che si appoggia parzialmente anche alle pareti laterali. Sopra il gineceo è visibile il coro. Entrambi hanno balconate decorate da stucchi e pitture arricchite da dieci pannelli dipinti ad olio su tela. Procedendo verso il centro della chiesa è possibile ammirare, a destra e a sinistra, due grandi tele dipinte dal pittore Cesare Dell’Acqua quali la Predicazione del Battista del 1852 ed il Cristo ed i fanciulli del 1854. Nella parete sinistra si trova anche il pulpito decorato da stucchi dorati e da quattro pannelli dipinti a tempera su tavola a fondo d’oro che raffigurano gli evangelisti, opere assegnate al pittore greco Giovanni Trigonis. L’iconostasi, parete che separa il presbiterio ( zona riservata solo ai sacerdoti) dai fedeli, splendente di intagli dorati e pitture, fulcro di tutto il luogo sacro, s’innalza su tre gradini e attraverso tre porte permette l’entrata del sacerdote nella zona riservata al clero. Nei battenti di queste si trovano alcuni pannelli ovali dipinti a tempera rappresentanti i Santi Pietro e Paolo ed i Padri della Chiesa.

Nella parte superiore dell’iconostasi si intravedono tre tele raffiguranti Gesù nel Getzemani, la Deposizione e il Noli me tangere. Nella parte di mezzo sono posti 21 dipinti a tempera su tavola con fondo oro che raffigurano le scene evangeliche e che vengono, nel corso dell’anno liturgico, spostati ed inseriti nel proskynetarion, una sorta di leggio visibile al centro della chiesa. «Icone queste che parlano un linguaggio bizantino con qualche debole concessione ai modi occidentali» spiega Maria Bianco Fiorin. «Non sono tutte dello stesso livello ma rientrano nelle caratteristiche stilistiche del pittore Giovanni Trigonis». Suoi sono anche alcuni dipinti che adornano l’iconostasi nella parte inferiore. «Qui il Trigonis si rivela dogmatico, con le figure frontali sedute sui troni in atteggiamento benedicente, mentre reggono i vangeli. Va invece valorizzata la notevole abilità dell’argentiere sulle preziose coperture d’argento che rivestono le icone».

Un edificio, la chiesa di San Nicolò, interessante artisticamente e storicamente non soltanto per gli ortodossi ma per tutta la città di Trieste che incute rispetto e stimola in qualsiasi visitatore una suggestiva impressione. Sentimenti, questi, espressi nel 1824 anche da Girolamo Agapito, uno dei primi cronisti locali di origine greca: «Il santuario aperto alla venerazione dei fedeli, il canto de’sacerdoti e de’cori, l’edificante raccoglimento degli uomini e le orazioni del femmineo sesso dall’alto de’ginecei, la santità che d’ogn’intorno spira il luogo sacro, formano un complesso di oggetti venerandi che impongono la devozione e destano la memoria della chiesa primitiva».

 

Fu l’imperatore Carlo VI, che stava cercando un centro marittimo da contrapporre a Venezia, ad elevare nel 1719 al rango di Porto Franco l’allora modesto centro abitato di Trieste. Un provvedimento che stimolò l’immigrazione verso l’Austria meridionale di un considerevole numero di persone attirate dal commercio e da benefici ed immunità di vario genere.

Fra questi intraprendenti personaggi che coraggiosamente lasciavano la madre patria in cerca di fortuna vi fu anche un greco: Giovanni Mainati, originario di Zante, che nel 1734 giunse a Trieste insieme alla moglie ed al figlio Costantino, per dedicarsi al commercio del legname. Innamoratosi subito della città avvertì i congiunti di aver scoperto «una città con grande avvenire commerciale, di tipo quasi greco perché dominata da un ‘acropoli». Suo fratello Giovanni lo raggiunse con la propria famiglia già nello stesso anno. La voce percorse tutta la costa adriatica e nel 1748 Trieste ospitava già sette famiglie greche, impegnate in piccole attività come la distillazione dell’acquavite e la tessitura di cappotti. Ben presto emerse nei Greci emigrati la necessità di disporre di un luogo di culto, ove poter celebrare le sacre funzioni secondo il rito della Chiesa Greco Ortodossa.

L’abate Omero Damasceno, originario di Smirne, assicurò l’assistenza pastorale e si adoperò per ottenere i permessi necessari all’edificazione di un tempio adatto alla propria religione. Così nel 1751 presero l’avvio i lavori per la costruzione della prima chiesa, in riva al Canal Grande, completata nel 1753 e dedicata alla Santissima Annunziata e a San Spiridione, nel cui sagrato adiacente avvennero le prime sepolture dei greci in territorio triestino. Un tempio costruito in stile neoclassico veneziano che in seguito venne sostituito dall’attuale chiesa serbo-ortodossa bizantina. Durante la sacra funzione inaugurale all’abate Omero Damasceno venne conferita la dignità di Archimandrita. Nel frattempo cominciarono a stabilirsi a Trieste anche alcune famiglie illiriche (serbe) di religione ortodossa, che si unirono al culto dei fedeli Greci. Ma ben presto il numero sempre in aumento di questi fece intravedere l’esigenza dell’edificazione di una seconda chiesa ortodossa a Trieste. Successivamente difficoltà insorte con gli illirici indussero i Greci, dalla fine del 1780 e nei sette anni successivi, a tenere le loro funzioni religiose in una cappella privata ricavata in casa del commerciante Andrulachi. Maturò intanto fra i Greci il progetto di fondare una comunità esclusivamente greco-ortodossa. Il 1º dicembre 1782 nacque così ufficialmente la Comunità Greco Orientale, con il nome di “Nazione Greca”. Nel frattempo venne acquistato un terreno vicino all’odierna piazza Goldoni da utilizzare in parte come cimitero, che rimase in funzione fino al 1829, ed in parte per edificare un ospedale che sarà finito nel 1798. Il 18 febbraio 1787 venne finalmente consacrata alla Santissima Trinità e a San Nicolò una nuova chiesa che, anche se non completamente finita, venne dotata di icone ed arredi sacri grazie alla munificenza dei fedeli greci. Il 23 dicembre 1787 si procedette all’elezione del primo Consiglio della Comunità presieduto dal governatore Costantino Bellagura al quale si affiancarono due assessori e dodici consiglieri.

Fu questo il periodo nel quale si cercò anche di organizzare l’istruzione dei giovani greci, fino allora gestita dai sacerdoti, con l’assunzione di insegnanti che permisero dal 1801 lo svolgimento regolare delle lezioni scolastiche in una palazzina vicino alla chiesa.

Si era alle porte del nuovo secolo ed alle prime botteghe si aggiungevano attività sempre più importanti. Il commercio con l’Oriente fu in buona parte prerogativa dei Greci, le attività di armatori ed assicuratori presero sempre più ampio respiro anche grazie al favore dell’imperatrice Maria Teresa positivamente impressionata dalle lettere del barone Pasquale Ricci, consigliere dell’Intendenza, che scrisse testualmente: «..si tratta di una Nazione industriosa, altrettanto disposta ad accumulare ricchezze quanto premurosa a conservarle e lontana da occasioni di dissiparle; di una Nazione che ha conciliato credito e vantaggio a se stessa e alle piazze in cui si è stabilita. Quindi, a senso mio, conviene di promuovere con tutti i mezzi i suoi stabilimenti a Trieste». Le prime occupazioni francesi del 1797 e del 1805 turbarono però questo promettente sviluppo e la situazione peggiorò rapidamente quando le truppe napoleoniche, nel 1809, entrarono per la terza volta nella nostra città imponendo nuove e pesanti tassazioni. Un’occupazione a seguito della quale le organizzazioni commerciali, marittime e assicurative subirono una battuta d’arresto.

Un duro colpo, ben presto però dimenticato con il ristabilimento della pace in Europa che segnò anche la ripresa delle attività della comunità. Ma le vicissitudini belliche per i Greci a Trieste non erano destinate a finire.

Con la rivoluzione ellenica del 1821 e la successiva guerra d’indipendenza Trieste divenne un centro importante per il movimento di liberazione, una città dalla quale partirono mezzi e combattenti ma che offrì anche rifugio a molti profughi.

Nel frattempo Trieste cresceva sia in estensione che in popolazione ed il progressivo sviluppo dell’area urbana costrinse il governatore a disporre nel 1817 il trasferimento di tutti i cimiteri a Sant’Anna. Per le loro sepolture i Greci scelsero allora il sito, ancor oggi utilizzato, in via della Pace.

Grazie alle migliori condizioni economiche intanto nel 1818 fu possibile completare la costruzione della Chiesa di San Nicolò. Vennero affidati all’architetto Matteo Pertsch i lavori che interessarono i due campanili e la facciata, alla quale si aggiunse il muro di cinta con le cancellate in ferro battuto.

Venne restaurato anche l’interno dove si procedette all’ampliamento del gineceo, zona riservata alle donne. Nel 1855 iniziò l’avventura giornalistica del giornale greco “Imerà” (Giorno) che nel 1874 diventerà “Nèa Imerà” (Nuovo Giorno). Chiuse, dopo mezzo secolo, nel 1912, ma rappresentò il principale mezzo d’informazione dei Greci dell’area mediterranea.

Finito il primo conflitto mondiale il lento declino dei traffici e delle attività economiche triestine influì negativamente anche sui greci. Nuove possibilità commerciali furono sperimentate, parecchie delle quali verranno poi vanificate dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, molti ufficiali dell’esercito greco e uomini politici deportati come ostaggi approfittarono dell’accaduto per evadere dai campi di concentramento. L’allora presidente della comunità, barone Pietro Ralli, nascose una cinquantina di loro nei locali in possesso della comunità e li aiutò in denaro e rifornimenti alimentari. Dopo la fine del conflitto i Greci gradatamente ripresero le attività commerciali verso l’Europa centrale (frutta secca e legname).

Ma uno dei maggiori sviluppi si ebbe nel settore marittimo. Dagli scali triestino scesero in mare due grosse petroliere che portarono in paesi lontani i nomi di “Trieste” e “San Nicolò” battendo bandiera italiana.

 

 

 

Ognuno di noi, comodamente seduto in poltrona, può accendere la televisione e con il telecomando selezionare il programma preferito.  E’ così meravigliarsi dei nuovi prodigi della tecnica, inorridire osservando le tragedie della guerra ed ammirare il fascino della natura. Oggi basta prendere l’aereo per essere trasportati in poche ore in Australia, nelle Americhe o in Sud Africa. E’ sufficiente sedersi nella propria automobile per raggiungere la meta desiderata. Ma non solo, per fissare indelebilmente le esperienze vissute bisogna semplicemente schiacciare un tasto (magari d i una semplice macchina fotografica usa e getta), oppure “catturare con l’obiettivo di una telecamera digitale le gioie di una vacanza.

Comodità queste che ci appaiono scontate, alla portata di tutti, ma due secoli or sono la scienza che oggi ci permette di sfruttare tutte queste tecnologie era appena agli albori.  Stava per nascere la fotografia (1839), l’automobile (1885), gli scienziati sperimentavano già la prima trasmissione dell’immagine (1884), ma l’utilizzo di queste ed altre scoperte rimase per lungo tempo riservato ad una ristretta èlite scientifica.

Nel 1800 il mondo era molto diverso dal nostro, difficilmente si era propensi ad intraprendere l’avventura di un viaggio per terra (in carrozza e a cavallo) o per mare (nei velieri tanto affascinanti quanto insicuri). Per fissare su carta le immagini bisognava essere capaci di disegnarle. Non parliamo poi delle disastrose condizioni economiche, igieniche e logistiche che avvilivano anche i viaggiatori più temerari.  Una situazione che consentiva solo a pochi fortunati e coraggiosi di conoscere le varie facce del nostro pianeta. Ma grazie all’opera di pregevoli artisti, iniziata nei primi anni del secolo scorso, per la popolazione delle grandi città cominciava ad essere possibile raggiungere le cime delle montagne, assistere ai combattimenti di alcune battaglie o ai prodigi della tecnica di quel periodo.

Come? “Attraverso numerosi viaggi, bozzetto dopo bozzetto, questi maestri riproducevano su carta i paesaggi visti e le esperienze vissute per ricrearli poi, ritornati a casa, in opere lunghe decine di metri chiamati Panorami”, racconta Marino De Grassi, studioso e cultore della storia della stampa e dell’editoria. Fu così che in dieci o venti minuti diventava semplice e fattibile ammirare tutta la costa dell’Istria e della Dalmazia o spaziare lo sguardo tra le cime della catena alpina. Era possibile immergersi senza rischio nei combattimenti della guerra di Crimea od osservare stupefatti la meravigliosa rete ferroviaria dell’impero asburgico. Tutto questo fu realizzabile grazie alla geniale intuizione di Robert Barker , specialista in ritratti e paesaggi, che ideò per primo questo tipo di rappresentazione. LA sua singolare idea fu quella di costruire una veduta a 360° che venne subito brevettata il 19 giugno 1787 a Londra e chiamata Nature à coup d’oeil (natura a colpo d’occhio). Doveva essere una visione il più possibile realistica, come lui stesso descrisse, dove “per mezzo del disegno e della pittura e di un’appropriata disposizione dell’insieme, era possibile definire l’intera veduta di una regione o di un luogo qualsiasi, così come appare (dal vivo) ad uno spettatore che giri completamente su se stesso”. Queste opere venivano presentate al pubblico come immensi quadri completamente circolari raffiguranti generalmente scenari naturali, avvenimenti contemporanei o paesaggi urbani”. “Tale insolita pittura era esposta in un edificio a pianta circolare e dal centro il pubblico pagante, posto sopra una piattaforma che ne consentiva l’osservazione con lo stesso angolo di visuale del pittore, poteva ammirare il paesaggio”, spiega Marina Bressan, studiosa di lingua e letteratura tedesca.

L’illuminazione dall’alto inoltre, simulando la luce del sole, partecipava nel creare l’illusione della realtà garantendo così un effetto di sicura suggestione.

Fu naturalmente Barker a presentare al pubblico il primo Panorama, nome con cui venne battezzatala la Nature à coup d’oeil:una riproduzione della cittadina di Edimburgo. La tela dipinta con acquarello fu dapprima posta in una rotonda di 25 piedi di diametro e trasferita poi a Glasgow. incominciando così la tradizione itinerante di queste opere.

Il Panorama, proprio per la sua caratteristica di fondere insieme il reale con l’irreale, garantiva agli osservatori, che nell’oscurità osservavano i dipinti, l’illusione di viaggiare in luoghi concreti ma in uno spazio e in un tempo immaginari.  Si innestava così un processo di immaginazione che arrivava fino al sentimento di essere testimoni diretti della scena. Un’esperienza riassunta efficacemente da una frase di Maria Bressan “Chiunque poteva essere proiettato in una specifica situazione, in  una località o scena di battaglia come in un volo fantastico”. Queste opere soddisfacevano inoltre l’esigenza di novità, di informazione, di evasione e di arte che cominciava a farsi sentiore incessantemente verso la metà dell’Ottocento.

“In seguito il Panorama contribuì ulteriormente a diffondere le immagini del mondo diventando, non più solo spettacolo pittorico, ma anche Panorama a stampa”, racconta Marino De Grassi. “La diffusione di quest’ultimo fu facilitata dalle dimensioni contenute e dall’affermarsi di nuove tecniche di stampa quali la litografia e la cromolitografia”. Si presentava come un libretto al cui interno, ripiegato a soffietto, si trovava l’immagine di una lunga veduta. In tal modo la visione poteva avvenire per parti o nella sua completa estensione. Addirittura singole sezioni di un Panorama cartaceo costituivano stampe a sé commercializzate separatamente.

“Così in poco tempo i Panorami a stampa, talvolta inseriti anche in riviste specializzate, divennero un modo didattico per far conoscere il territorio o più semplicemente un caro ricordo dei viaggi trascorsi”, spiega Marina Bressan.

“Ma vennero anche usati come guida da viaggio o come rappresentazioni celebrative”. E proprio nel mese di agosto, per la prima volta in Italia, verranno esposte nella nostra regione alcune di queste opere che hanno guidato, fatto sognare e divertire i nostri bisnonni. “Al castello di Gorizia dal 7 agosto al 23 ottobre si potranno ammirare oltre centoventi metri di vedute panoramiche di vario formato a sviluppo orizzontale o verticale, di cui alcune sfiorano i dieci metri di lunghezza”., racconta Marino De Grassi. “Si tratta di prodotti a stampa, incisi o litografati, provenienti da collezioni provate o pubbliche ( come la Biblioteca statale isontina di Gorizia), che offrono una campionatura significativa dell’editoria dei “Panorami nell’area della Mitteleuropa tra gli anni quaranta e la fine del 1800”. Una mostra realizzata grazie all’Assessorato alla cultura del comune di Gorizia, all’associazione Italia-Austria con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia. Il Panorama lungo a stampa nell’Ottocento è il titolo della prima e principale sezione che ospita eccezionali realizzazioni grafiche raffiguranti numerosi ed importanti tratti del nascente sistema ferroviario austriaco e i bellissimi panorami delle coste dell’Istria  e della Dalmazia disegnati da Giuseppe Rieger per conto del Lloyd Austriaco. Non mancano le originali vedute di Venezia, Vienna, Trieste, Lubiana o dei loro dintorni e l’inedita visione del corso del Danubio da Lienz a Regensburg con lo scorcio prospettico di tutte le città bagnate, non chè moltissime vedute panoramiche delle Alpi diffuse a livello turistico. Nella seconda sezione “Le cartoline panoramiche dei primi del ‘900”, vengono esposte 18 piccole stampe raffiguranti le città di Grado nelle quali è evidente la ricerca (con la fine del secolo si era ormai esaurito il fenomeno del Panorama lungo a stampa) di trasferire il gusto della visione panoramica in cartoline ripiegate due, tre e persino sei volte. Un esperimento che però non ebbe molto seguito a causa dei costi  e della scarsa praticità delle cartoline. Nella Terza sezione, Panorami di guerra a confronto, fanno bella mostra di sé cinque lunghissime tavole litografiche a colori della spedizione sarda in Crimea (voluta da Cavour per guadagnarsi il favore dell’Europa). Stampe eseguite da Luigi Bucco, grazie ad una serie di disegni effettuati durante i combattimenti da Gerolamo Induino (pittore del risorgimento). Cromolitografie che si confrontano nella stessa sala con alcune fotografie panoramiche scattate durante la prima guerra mondiale sul fronte dell’Isonzo. Tecniche diverse ma con un fine simile: quello celebrativo o commemorativo di eventi bellici fondamentali nella storia d’Italia.

Oggi ognuno di noi accendendo il televisore in pochi secondi può trasferirsi “elettronicamente” in qualsiasi zona della terra, per raggiungere di persona non ha che da scegliere quale mezzo di trasporto utilizzare e con svariate apparecchiature è in grado di catturare velocemente ogni tipo di immagine. Ma i Panorami dell’800 benché meno precisi sono ancora oggi in grado di competere grazie al loro valore artistico, storico e narrativo con le perfette ma fredde immagini elettroniche. E sono proprio questo disegni che indirettamente ci raccontano, con le maestose vette della catena alpina, con le sterminate costiere modellate dal mare, con i treni sbuffanti di vapore ed i velieri gonfi di vento, come il progresso ci abbia dato tanto, ma anche tolto qualcosa.

 

 

“Saranno state le undici di sera, pioveva a dirotto ed io mi trovavo bagnata, infreddolita e alla ricerca di un riparo che mi permettesse di riposare un poco. Erano alcuni giorni che non mangiavo, ma quella notte nei vicoli di Cittavecchia difficilmente avrei trovato un pezzo di pane da mettere sotto i denti. Che vita grama pensavo, quando tutto ad un tratto sentii dietro di me il rumore di alcuni passi. Potei solo scorgere il profilo di una figura umana che velocemente si dirigeva nella mia direzione.

Tentai di scappare ma il fondo sdrucciolevole mi fece scivolare più volte e non riuscii che fare qualche metro quando mi ritrovai in trappola, CATTURATA SENZA POSSIBILITA' DI FUGA. Pensai che fosse finita, che la mia breve e pensosa vita si fosse conclusa, ma mi stavo sbagliando. Mi rinchiusero in un furgone e mi portarono in un caseggiato sull’altopiano. Era ancora notte e non riuscivo bene a capire dove fossi capitata. L’unica cosa certa è che mi asciugarono, mi diedero da mangiare e mi fecero dormire in un posto caldo vicino ad altri miei simili. Chi sono e perché vi ho raccontato questa storia? Mi hanno chiamata sempre in tantissimi modi, Fido, Boby e molti altri, ma adesso sono Fulvia. E già, sono un cane e per giunta quasi di razza, perché se non fosse per le mie zampe un po’ troppo bianche sarei un perfetto pastore portoghese. Sono arrivata in questo poso tanti anni fa, ero magrissima e disperata, ma da allora ho ricevuto affetto e tutto quello che un animale può desiderare. Ormai ho otto anni, non che sia vecchissima ma non ho più tanta voglia di correre e giocare come un tempo, e non interesso certo ai visitatori che ogni tanto vengono con la speranza di portarsi via un cucciolo. Ma di questo fatto non sono assolutamente dispiaciuta, questa è la mia famiglia, la mia casa e non me ne andrei per tutti gli ossi di questo mondo”.

No, non siamo telepatici né abbiamo trovato il mitico anello di re Salomone: Fulvia ci ha raccontato la sua storia con il suo sguardo dolce, con il suo atteggiamento affettuoso, con il suo scodinzolare, con la naturalezza con la quale ci ha accompagnato, quasi fosse lei la padrona di casa, nella visita all’Astad, un ricovero per cani e gatti abbandonati che tantissimi triestini conoscono senza peraltro fare alcunché per questa istituzione benefica.

Alcune cose le ha spiegate nel dettaglio Marina Benussi, una delle volontarie che lavora nel centro, ma è certo che l’atteggiamento ed il comportamento servono mille volte ad esprimere i propri sentimenti meglio delle parole, e questo vale tanto per gli umani che per gli animali.

Per chi non ne conosce l’ubicazione il caseggiato dell’Astad non è facilissimo da trovare: percorsa per alcune centinaia di metri la via di Prosecco, subito dopo essere usciti dal comune di Opicina, appena oltrepassato il ponte della ferrovia bisogna girare a destra o proseguire per mezzo chilometro. Dopo alcune peripezie anche noi abbiamo raggiunto il cancello verde con la targa di identificazione. Erano le tre del pomeriggio, orario di apertura del centro, ad aspettarci c’era la signora Benussi, ex infermiera professionale che ora dedica la sua vita agli animali abbandonati. Attorno a lei c’erano tanti cani festanti ed eccitati per la novità della visita. Fra di loro c’era anche un grosso cagnone a pelo corto che si rotolava per terra cercando di attirare la nostra attenzione e soprattutto le nostre “coccole”: era Fulvia, ma di lei conoscete ormai tutto. Chiacchierando con la signora abbiamo cominciato a passeggiare nell’erba primaverile dell’ampio appezzamento di terra. Accarezzando ogni tanto i piccoli amici che ci seguivano nel nostro cammino siamo arrivati nei pressi di due caseggiati separati, con ampie recinzioni esterne tutte piene di animali che servono ad ospitare cani e gatti separatamente.

Ma non solo, prosegue la nostra accompagnatrice: “I cani vengono separati anche a seconda della taglia, del sesso (due maschi non possono stare insieme nella stessa gabbia) e dell’età, perché i vecchietti vengono sempre più emarginati dal gruppo. I più giovani rimangono all’interno delle recinzioni dalle quali possono uscire solo durante i periodi di chiusura al pubblico, mentre i più vecchi, come si può ben vedere, sono sempre liberi di scorrazzare”.

Certo che sono tantissimi, commentiamo a bassa voce. “Circa 700 animali” specifica la nostra interlocutrice e subito aggiunge , con un pizzico di rammarico: “Gli esemplari che ospitiamo sono prevalentemente vecchi, i più giovani, soprattutto se cuccioli e maschi, di solito vengono presi subito da qualche privato”. Non pare certo sconveniente che ci siano delle persone desiderose di prendere in affidamento una bestiolina, ribattiamo. “Certo, ma è indispensabile che siano individui adatti a tenere con se un cane e non tutti lo sono. Bisogna considerare le esigenze dell’animale e quanto tempo si ha a disposizione per soddisfare tutte le loro necessità”. Ascoltando il suo discorso riflettiamo sulle difficoltà che possono “sopraggiungere dopo aver “adottato” un cane. “Prima di lasciar andare via un nostro ospite con un nuovo padrone accertiamo il luogo in cui egli vive, se possiede o no un giardino. Ci informiamo con chi abita, se sono d’accordo i genitori o il coniuge e se risono bambini troppo piccoli”.

Fra un discorso e un altro la nostra visita continua, entriamo in vari locali dove tranquillamente passeggiano avanti e indietro numerose bestiole. Per terra notiamo più volte alcune scodelle ripiene di cibo, alcuni cani intenti ad abbuffarsi, altri completamente spaparanzati sul pavimento o su degli appostiti lettini. Chissà che fatica preparare da mangiare per tutti, pensiamo ad alta voce. “I gatti sono i più viziati, a giorni alterni cuciniamo pasta o riso con l’aggiunta di pesce o carne, qualche volta integriamo anche con scatolette e croccantini. I cani invece si adattano più facilmente, mangiano pasta, riso, scatolette e carne macinata anche tutto mischiato insieme” ed ogni mattina ci saranno centinaia di piatti da lavare e tutti i locali da riassettare…”Per i lavori pesanti stipendiamo quattro persone che ogni giorno vengono a lavorare nel nostro centro. Poi ci sono i volontari, circa una decina, che si occupano delle cure degli animali e della preparazione del cibo. Inoltre abbiamo un veterinario che presta la sua opera assolutamente gratuitamente tre volte alla settimana.”

Entriamo a questo punto negli uffici del centro e gli occhi cadono sulla definizione di Astad: Associazione per la Tutela dell’Animale Domestico. “Noi siamo un ente morale”, riprende a parlare la nostra guida, “le nostre prestazioni sono sempre gratuite. Siamo autorizzati ad accettare lasciti ed offerte ma non abbiamo tariffe e non possiamo rilasciare fatture”. In quel momento immaginiamo tutti i sacrifici che questi volontari devono sostenere. “Tra spese di riscaldamento, luce, gas, telefono, assicurazioni, trasporti, cibo e riparazioni dobbiamo pagare circa 500.000 lire al giorno”, ribadisce la signora Benussi quasi ci avesse letto nel pensiero. “I soci comunque si impegnano a pagare almeno 24.000 lire ogni anno”, continua subito dopo, “inoltre riceviamo numerosi aiuti da ditte private che dai singoli cittadini”. Qualche volta sotto i portici di Chiazza vengono montati i banchetti del sodalizio per raggranellare qualche soldino in più”.

“Non solo, ci attiviamo anche organizzando manifestazioni e feste per i cani, utili per arrotondare il nostro bilancio – continua la Benussi-. Abbiamo anche posizionato dei particolari contenitori nei supermercati e nelle agrarie dove i cittadini che vogliono fare qualcosa per noi e per i nostri protetti possono portare del cibo per animali appena acquistato”.

Parola dopo parola e passo dopo passo siamo arrivati anche negli alloggi e nelle recinzioni dei gatti. Tantissimi ci vengono incontro per strofinarsi intorno alle nostre gambe, altri rimangono sdraiati nell’erba sotto i raggi del tiepido sole primaverile. Ce ne sono di tutti i colori e di tutti i tipi, a pelo lungo e corto, bianchi, neri e pezzati. Alcuni portano anche un collarino per essere più facilmente riconoscibili”, spiega la signora. Viene da domandarsi in che modo tutti questi animali raggiungano il centro. “oggi, purtroppo, a causa dell’emergenza antirabbica, i cani trovati non possono essere accolti direttamente ma devono per legge essere portati negli alloggi dell’Usl che li tiene in osservazione un certo periodo di tempo. In seguito, se non hanno più posti disponibili, mandano da noi gli esemplari più vecchi. I gatti invece, non esistendo particolari normative, possono essere portati subito nei nostri ricoveri”.  Sotto le vostre cure sono sicuramente passati  tantissimi animali, non avete mai avuto problemi con qualcuno di loro? “Abbiamo avuto cani con la fama di essere terribili, ma personalmente sono convinta che non esistono cani cattivi. Loro non riescono a pensare come un essere umano, siamo noi che dobbiamo metterci nei loro panni e trattarli di conseguenza. Se si comportano male la colpa è sempre del padrone “.

La nostra visita è giunta al termine e dopo aver accarezzato per l’ultima volta Fulvia ed i suoi numerosi compagni ci dirigiamo verso il vialetto che porta all’uscita. Salutati dall’impetuoso abbaiare dei nostri amici, stringiamo la mano alla nostra accompagnatrice che ci invita a non mancare alla “Festa del cane” organizzata in via Romolo Gessi, presso il Cem (Centro di Rieducazione Motoria) domenica 5 giugno. Ci saranno divertimenti e gare con numerosi premi per il cane più grosso, per quello più piccolo, per l’animale con il pelo più lungo, più corto, più riccio, più liscio ecc. Per tutti insomma. “Sono invitati tutti i cani, con i loro padroni al guinzaglio”, conclude la signora Benussi con una battuta. E, ricordando le espressioni di certi proprietari di cani colti mentre li accompagnano a fare il classico “giretto” igienico vien fatto di pensare che, più che di una battuta, si tratti di una riflessione profonda . Ironica fin che si vuole, ma perfettamente realistica. 

 

 

 

In epoca romana c’era solo mare L’edificazione del Palazzo Comunale risale alla seconda metà del Duecento. E le mura vennero innalzate attorno alle torri del porto

Quando dalla fontana zampillava il vino

Nel periodo romano lo spazio su cui si colloca oggi Piazza Unità d’Italia si trovava al di sotto del livello del livello del mare. Che i flutti marini giungessero  fino al teatro romano lo testimonia un terrazzo con gradinata per l’approdo del naviglio individuato sotto il settecentesco palazzo Pitteri. Nella zona , dunque, esisteva un bacino portuale collegato con agli altri porti del litorale tergestino: Barcolla, Grignano, Cedas, Sistiana, Servola, Zaule e Santa Croce. La posizione del colle era ottimale per l’insediamento alto, sicuro, ricco di acqua nel sottosuolo e protetto dalle alture e dai boschi circostanti. Ed il ricordo di Tergeste e del suo porto si trova oggi, come afferma l’archeologa Vallea Santa Maria Scrinari, in una delle più importanti ed imponenti testimonianze romane: la Colonna Traiana: “suppongo possa essere molto probabile che il pannello LXXXVI del monumento trionfale a Traiano, inaugurato a Roma nel 113 d.C. e che  nel 117 d.C. diverrà la sua tomba, rappresenti il porto tergestino”. Tali bassorilievi raffigurerebbero infatti tutto il popolo della città sceso sulle rive ad onorare l’imperatore che stava per partire in guerra. “Questo episodio può rappresentare in assoluto la prima documentata cerimonia ufficiale avvenuta al cospetto di quello specchio di mare che costituirà nel tempo il fondamento reale di Piazza Unità d’Italia”.

Nel Medio Evo le condizioni sociali ed economiche che diedero l’impulso alla nascita del regime comunale gettarono anche le  fondamenta per la costruzione del Palazzo Comunale e della piazza della città. Col passare dei decenni il processo d’interramento, coadiuvato in gran parte dall’opera dell’uomo, aveva creato nel luogo dell’antico porto romano una fascia di terraferma che ben presto si adattava all’espansione urbanistica evitando il problema di una difficile edificazione sulle pendici del monte. Si costruirono così in pianura dei nuovi quartieri separati dalle vecchie abitazioni abbarbicate sul colle di San Giusto dalla via di Risorgo (che divenne l’arteria principale della città).

Il prmio palazzo Comunale sembra già essere presente dalla seconda metà del ‘200 come testimoniano pitture nell’abside di San Giusto. Esso sorgeva parallelamente all’attuale Municipio ed accoglieva chi si accingeva a raggiungere la Piazza Maggiore, come veniva chiamata in quel periodo. Questa occupava circa metà dell’area attuale ed il mare vi si insinuava dentro costituendo il Porto Vecchio o Mandracchio, così chiamato poiché era un bacino completamente chiuso come i recinti delle mandrie (simile a quello di Muggia). Lungo le rive del porto, a sistema difensivo, vennero innalzate le mura dalle quali si ergevano le tre torri con le tre porte chiamate Mandracchio, Fradella e delle Beccherie le cui immagini stilizzate costituiscono il famoso sigillo trecentesco simbolo della città. Volgendo le spalle al mare sulla sinistra sorgeva la Casa del Podestà con affiancata la chiesa romanica di San Pietro, costruita ne l1368 grazie al lascito di Pietro Onorati particolarmente devoto al Santo. Nella zona oggi occupata dal Palazzo delle Assicurazioni Generali vi era l’edificio degli usurai, le carceri ed il macello comunale che comprendeva anche le stalle della podesteria necessarie, affinché fossero subito pronti i cavalli in caso d’allarme. Nella piazza inoltre fiorivano numerose attività commerciali, botteghe di vario tipo e perfino un bordello autorizzato. Il Palazzo comunale era posto nel mezzo e di dietro ad esso, nella seconda metà del ‘300 venne edificata la famosa locanda trecentesca.

Dove oggi sorge l’attuale municipio nel XIV secolo vi era la Loggia Vecchia dove venivano conservate le armi del comune. Questo edificio aveva due arcate in pietra che consentivano l’accesso all’attuale Piazza Piccola (dove vi era il mercato delle erbe e della frutta). Secondo Gaia Furlan “è verosimile che la loggia nel corso dei secoli, mutando il proprio aspetto più volte, abbia mantenuto inalterata la sua collocazione, che ancora oggi è riconoscibile dai profondi archi sotto il Municipio”. Nel 1356 sulla Torre del Porto vennero posti un orologio e due statue bronzee chiamate i mori di piazza. Questi scandivano le ore percotendo tre campane che con i loro suoni marcavano i momenti più importanti della vita della città, i giorni di festa, di lutto, segnalavano gli incendi l l’esecuzione di un condannato ma anche più semplicemente l’apertura del mercato. (La campana più grande esiste ancora e si trova conservata presso il Museo Morpurgo in via Imbriani 5). Sotto la dominazione veneziana venne realizzato nella zona retrostante al Palazzo Comunale il Castello a Marina che occupò parte della piazza. Il forte comunque ebbe breve vita e , finita l’egemonia della Serenissima nel 1380, venne successivamente abbattuto per consentire l’edificazione del nuovo Palazzo del Comune. Nei secoli seguenti guerre e pestilenze non cambiarono sostanzialmente la fisionomia della piazza fino a quando ne giorno delle ceneri del 1690, alimentato da un vento di bora, un fuoco, partito probabilmente da una bottega sotto il porticato, incendiò e distrusse il Palazzo Comunale con tutto il suo patrimonio di armi, arredi, documenti e libri (già nell’anno seguente incominciarono i lavori di ricostruzione). In quel periodo la Locanda Grande costruita nella stessa zona dove si erigeva la locanda trecentesca, andava man mano aumentando di fama e fra i suoi illustri ospiti annoverava l’arciduchessa Maria Maddalena d’Austria, sposa di Cosimo de Medici (granduca di Toscana), l’infante Maria di Spagna, sposa di Ferdinando I e Federico Gonzaga, duca di Mantova.

Agli inizi del ‘700 la piazza venne ribattezzata con il nome di Piazza San Pietro ed il nuovo Palazzo Comunale appena completato fu adibito a teatro.

Nel 1728 l’imperatore Carlo VI fece visita alla città ed in suo onore venne innalzata nella piazza una statua in legno dorato a lui intitolata, sostituita poi qualche anno più tardi da una uguale in marmo. Nel frattempo, per ricordare il ripristino dell’acquedotto di Montevecchio, cominciarono, al centro della piazza di fronte alla Loggia, i lavori di costruzione della fontana dei Quattro Continenti. Dalle sue bocche uscirono fiumi di vino bianco e nero durante l’inaugurazione del Lazzaretto di Santa Teresa del 1769, mentre nel 1800 fu adornata con ben 4000 lumini per accogliere la regina Maria Carolina di Napoli e l’ammiraglio Nelson discesi a Trieste ed ospitati nella Locanda Grande. Intanto le campane e le due statue con mustacchi e mazze di ferro sulla Torre del Porto e da sempre chiamati dal popolo Micheze e Jacheze furono protette con una cella trifora in muratura. Verso la metà del secolo, sopra il vascello da guerra San Carlo, lasciato affondar nello specchio d’acqua antistante alla piazza, fu costruito l’omonimo molo unito alla città da un ponticello in legno. Sempre animato da mercanti, battelli e da cittadini per le loro passeggiate fu ribattezzato molo Audace, dal nome del primo cacciatorpediniere italiano che vi attraccò nel 1918.  

Mentre il secolo XVIII volgeva al termine cominciarono i lavori di edificazione del Palazzo Pitteri (1780), unico elemento architettonico che resistette alla “furia distruttrice” divampata nel secolo successivo. Sono questi gli anni nei quali iniziò anche l’attività della Biblioteca arcadico-sonziaca che dal 1795 venne ospitata nella casa vicariale in quattro stanze sopra la Loggia. Trasferita nel 1812 dopo l’occupazione napoleonica trovò sede stabile nel 1820 nell’attuale Piazza Hortis.

La piazza nel ‘800 subì una trasformazione radicale: palazzi rimasti quasi immutati per secoli cedettero il posto ad altri che delinearono la nuova ed attuale fisionomia di Piazza unità. Nel 1822 vennero abbattuti la chiesa romanica di San Pietro ed il teatro San Pietro (l’affermazione del teatro Grande, oggi teatro Verdi, aveva reso superflua questa costruzione). Nel 1837 medesima fine subirono le prigioni e l’anno successivo venne demolita anche la Torre dell’Orologio per consentire l’edificazione del Palazzo Comunale. La piazza cominciava ad acquistare una fisionomia più simile all’attuale. Il Porto Mandracchio venne completamente interrato e nuovo spazio si rese a disposizione degli architetti. Nell’ultimo trentennio del secolo venne abbattuta la Locanda Grande che, rimodernata innumerevoli volte, aveva accolto i personaggi più illustri ed in vista, compreso Giacomo Casanova e gli imperatori Giuseppe II e Leopoldo II (al suo posto venne costruito l’Hotel Garni oggi intitolato ai Duchi d’Aosta). Nel frattempo la piazza, che venne chiamata Piazza Grande per i suoi nuovi ed immensi spazi liberi, fu adornata con un rigoglioso giardino (eliminato nel 1919), fatto crescere sull’ormai interrato Porto Vecchio, che impediva ancora la visione del golfo triestino.

In quel periodo il lato opposto al mare era composto da ben sette edifici; quattro abitazioni private, la Loggia, il Palazzo del Magistrato e l’edificio dell’ufficio edile. Tutti vennero demoliti per far posto al nuovo municipio ideato dall’architetto Giuseppe Bruni che ancora oggi si erge maestoso in fondo alla piazza. Poco dopo (1876) sulla torre del nuovo palazzo due statue bronzee, chiamate ancora Micheze e Jacheze in ricordo di quelle della Torre dell’Orologio, cominciarono a percuotere nuovamente le campane del Comune. In quegli anni furono costruiti il Palazzo Stratti, ora proprietà delle assicurazioni Generali, il Palazzo Modello sui resti della chiesa romanica ed il Palazzo del Lloyd edificato su parte del vecchio Porto Mandracchio interrato.

Nel 1905 cadde sotto i “colpi” della voglia di rinnovamento anche l’austero Palazzo della Luogotenenza del 1764 che venne sostituito con il nuovo ed appariscente Palazzo del Governo in stile cinquecentesco. Le due aste portabandiera, che oggi incorniciano l’immagine delle rive, vennero donate nel 1933 dal Reale Automobile Club d’Italia in memoria degli autieri caduti durante la guerra. 

La Fontana dei Quattro Continenti, in occasione delle visita di Benito Mussolini, fui smontata per consentire una migliore sorveglianza della polizia durante il discorso del duce. Ma dovette passare più di un trentennio perché si potesse nuovamente ammirare, non più in linea con la statua di Carlo VI, ma spostata verso il Palazzo Pitteri. Nel nostro secolo il nome della piazza cambiò numerose volte: per tre mesi durante la prima guerra mondiale fu intitolata a Francesco Giuseppe, nei giorni della redenzione prese il nome di Piazza dell’Indipendenza ed infine, a conclusione della complessa metamorfosi di una delle piazze più famose d’Italia, venne chiamata Piazza dell’Unità d’Italia. 

 

“Cortesia, disponibilità ed attenzione a tutte le esigenze dei clienti”.  “Professionalità ed esperienza sono le componenti di un’assistenza che contribuirà a rendere le vostre vacanze serene e piacevoli”. “Hostess ed accompagnatori qualificati garantiranno una presenza costante al vostro fianco dal momento della partenza fino all’ultimo istante della vacanza”.  Questi sono alcuni degli slogan che molte compagnie turistiche presentano per invogliare la gente ad accettare i loro “pacchetti vacanze” tutto compreso o quasi.

In queste proposte è possibile trovare i classici “soggiorni” in fantastici in fantastici hotel con relax obbligatorio, ai quali a piacimento si possono aggiungere diversivi sportivi, escursioni e serate nei locali caratteristici. E’ possibile scegliere tra numerosi “tour” che permettono, girando in pullman, di scoprire la vera essenza del paese visitato. Oppure decidere di partire per uno degli ormai famosissimi “villaggi” dove niente è lasciato al caso ed intrattenimenti, attività sportive, serate danzanti, ed amicizie più o meno intime sono assicurate. Non c’è che l’imbarazzo della scelta quindi: una telefonata all’agenzia di viaggio, preferita e le esigenze di ognuno di noi in un batter di ciglia, anzi di monete sonanti, vengono come d’incanto esaudite.  Ma una persona sola senza famiglia o un gruppo d’amici da poter portare con sé come deve comportarsi per non affogare nella malinconia dei mesi estivi? Quali sono le migliori proposte delle agenzie di viaggio per i “single”, magari timidi incurabili? O dove è possibile trovare con buona probabilità di riuscita “un’avventura” estiva?

 E poi chissà se con il termine avventura si preferisce intendere l’incontro con le fauci spalancate di un leone o con un’idilliaca indigena tutte curve mozzafiato (per lui) o con un “tartan” dagli occhi profondi ed ammalianti (per lei). Ma i viaggi esclusivi per i “single” non si trovano facilmente. Ecco allora i consigli di alcune agenzie turistiche triestine che espongono le loro offerte, alcune delle quali simpatiche ed accattivanti.

 

GLI ANIMATORI PENSANO A TUTTO, ANCHE A COMBINARE “L’INCONTRO”

 

Emilio, responsabile della “Paterniti viaggi”, presenta alcune idee come soluzione ai quesiti dei “non fidanzati”: “Consiglierei di aderire alle proposte dei vari club Valtur. Comitours che consentono dei soggiorni super organizzati in varie località del mondo. Arrivati nel villaggio nulla è lasciato al caso: se l’ospite è senza compagnia i responsabili fanno in modo di inserirlo in alcuni gruppi, non lo fanno mai mangiare da solo e molte volte a pranzo ci si comincia a conoscere. Poi vengono allestite numerose attività che variano dalle escursioni culturali ai balli serali dove nascono le “avventure” tanto desiderate”. Nel discorso si inserisce Maria Rosa, sempre della stessa agenzia, che puntualizza: “Viaggiando da soli purtroppo il più delle volte, soprattutto in alta stagione, si è costretti a pagare un supplemento per la stanza singola. Per ovviare a questo problema è possibile, non fissare la camera e prenotare genericamente un posto uomo o donna. I questa maniera si viene collocati in stanze doppie con un’altra persona che ha fatto il supplemento ma rimane sempre l’incognita del compagno”. Una soluzione questa che potrebbe essere molto utile per i costosi viaggi i n mare dove, grazie all’ambiente ristretto, è molto facile fare nuove conoscenze.

“costa Romantica”, una normale crociera con un itinerario che parte da Genova e tocca le costa della Tunisia, della Baleari e della Spagna, viene a costare in media stagione, a seconda del tipo di cabina, da un minimo di 1800.000 ad un massimo di 2.730.000. Prezzi ai quali una persona sola deve aggiungere in più il 50% come supplemento singola. Si possono così superare anche i 4 milioni.

Ma le proposte “single” non finiscono qui. Elvira, operatrice turistica dell’Utat è entusiasta nel presentare un’iniziativa di questa agenzia unica in città: “Aderire al club “Amici dell’Utat” nato appositamente per persone sole che hanno tempo a disposizione per le vacanze, è la soluzione migliore per i “single” che vogliono evadere dalla città. I soci periodicamente si riuniscono per decidere, sulla base delle nostre proposte, il tipo di vacanza da passare e le località da visitare. Tutte le nostre iniziative, dai soggiorni ai tour, sono organizzate con trasporto pullman agli aeroporti e dagli aeroporti, volo con le migliori compagnie, alberghi ed intrattenimenti di prima scelta. In ogni viaggio sarà sempre presente una nostra accompagnatrice indispensabile molte volte per chi non conosce le lingue del paese visitato. Partecipando a queste iniziative le persone si conoscono tra loro, fanno amicizia e poi formano dei gruppi fissi per le vacanze successive. Ma non solo, si incontrano anche dopo i viaggi per scambiarsi pareri e per mostrarsi rispettivamente le videocassette e le diapositive delle vacanze passate insieme. Noi dal canto nostro coltiviamo le loro amicizie proponendo delle feste nel periodo di carnevale e dell’ultimo dell’anno, tutte sempre molto apprezzate.”

Per poter diventare soci del club dell’Utat bisogna compilare un questionario ed essere presentati ad altri due soci (di solito semplici formalità). Dopo di che la direzione dell’Utat si riserva di decidere se accettare o meno la domanda d’iscrizione. Superato questo passaggio bisogna pagare un buono di entrata di 40.000 lire. I soci ricevono ogni due mesi un giornalino dove vi sono numerose offerte di viaggi riservate agli iscritti e le esperienze passate raccontate dai protagonisti.

Federico, agente turistico dell’agenzia “Bora viaggi” separa invece le proposte a seconda delle esigenze dei richiedenti: “per i più giovani, sotto i 25 anni, che non hanno grossa disponibilità di denaro La Lufthansa propone delle tariffe stracciate per i voli diretti alle varie capitali. Purtroppo arrivati in albergo di solito bisogna pagare supplementi di prezzo del 10-20 % per le camere singole. Per un adulto penso sia meglio un tour. Quello dell’Andalusia andrebbe bene. Prevede uno spostamento in aereo da Trieste a Madrid e poi il giro delle località in pullman. In questo modo le persone rimangono in contatto tra loro e si possono instaurare facilmente delle amicizie.  Per i più anziani proporrei sempre per gli stessi motivi un tour, ma in paesi meno caldi, come il nord Europa. L’ideale sarebbe l’Irlanda e la Scozia visitate sempre in pullman con partenza in aereo da Venezia”.

 

E CON CINQUE MILIONI SI PUO’ ANDARE IN MESSICO O IN CINA

 

I prezzi per tutte queste attività variano molto a seconda del periodo scelto, del luogo da visitare, del numero de giorni necessari. Approssimativamente un soggiorno per una settimana a mezza pensione in una località facilmente accessibile oscilla intorno al milione di lire. Per una vacanza nel club, dove tutti vengono seguiti ed indirizzati verso il divertimento personalizzato, i prezzi salgono e 2.500.000 per una settimana è una cifra comunemente richiesta.

Per i tour si può passare dal 1.500.000 dei meno cari ai 5-6 milioni per il Messico e per la Cina, ma in questo caso il tempo è maggiore, anche 15 giorni e gli spostamenti interni non sono solo in pullman, ma anche in aereo.

Per chi rifiuta le solite vacanze scontate esistono anche viaggi con i “Club dell’avventura” dove sono previsti gli “imprevisti” sempre più emozionanti come racconta Elisabetta dell’Ufficio Centrale viaggi: “Esistono oltre ai consueti tour anche dei viaggi “safari-traking” nei paesi africani o sud americani. Chi aderisce a queste proposte sicuramente ha un’indole sportiva e per questo motivo non ha di solito problemi a partire da solo se impossibilitato ad avere compagnia”.

“generalmente si alloggia all’interno dei parchi naturali in delle “lodget” (una specie di bungalow)talvolta poste sugli alberi o su palafitte per il pericolo dei animali. La pensione è logicamente completa per l’impossibilità di trovare ristoranti nei dintorni. Da questi “campi base” si effettuano poi delle gite  con una guida in gip o a piedi ad esempio per vedere gli animali che si abbeverano al tramonto.. Queste vacanze sono però abbastanza costose e partono generalmente dai 2.5 milioni di lire in su”.

Dopo aver valutato queste proposte sembra che l’unica difficoltà  che una persona sola possa incontrare prima di partire per una vacanza sia l’imbarazzo della scelta

Non vengono fornite proposte esclusive per “single”, ma in questi viaggi gli approfondimenti culturali, le amicizie ed il divertimento sono assicurati o quasi. Certo che Trieste la solitudine è un fenomeno diffuso e come tale dovrebbe essere preso in considerazione durante le indagini di marketing che probabilmente vengono effettuate prima di creare i così famosi pacchetti viaggio. Comunque sia oggi le varie proposte delle agenzie di turismo possono coprire gli interessi di qualunque persona, sia giovane che vecchia, sia uomo che donna, sia pigra che sportiva, sia accompagnata che…sola. Ed allora per passare un periodo di evasione dallo stress cittadino, per vincere la timidezza o per “accalappiare” qualche bell’esemplare del sesso opposto le possibilità non mancano, sia vicino che lontano, basta approfittarne.

 

 

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